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Marx! Chi era costui?
di Graziano Cavallini   
DOI: 10.12897/01.00004

 

Porre il lavoro, e più ampiamente qualunque tipo di attività, all’origine della formazione e trasformazione continue e progressive congiuntamente della cultura sociale e delle psicologie individuali suggerisce una visione storicistica e materialistica della natura umana. In tale direzione, Marx indica come la psicologia sia conseguente alla pedagogia, inversamente al rapporto tra i due piani stabilito tradizionalmente e teorizzato anche a tutt’oggi, con un secolo e mezzo di ritardo da lui, senza averne accolto l’insegnamento.

 

The historicist and materialist point of view of human nature suggests that we consider the work – and all kinds of activities – such as the origin of the continuous formation and transformation of the social culture and individual psychologies. In Marx's theory is referred to as psychology is a consequence of the pedagogy, in contrast to what is still supported.

 

Chiedete a chiunque – psicologo, o altro studioso di discipline umanistiche o di qualunque campo, o persona comune – di elencare i nomi dei dieci psicologi più importanti della storia. E poi altri dieci. E dieci altri ancora se già non si è arrestato al primo o al secondo passo. Se già non l’ha fatto, continuate a sollecitarlo allo stesso modo finché non sarà rimasto proprio alcun nome che gli riesca più di ricordare.

Potreste ripetere il gioco con dieci, cento, mille studiosi. È pressoché certo che, di tutti, nessuno citerebbe mai Marx [1].

 

 

Marx? Ma è un economista, un filosofo! Che cosa c’entra Marx con la psicologia? E poi, ai suoi tempi la psicologia quale disciplina autonoma non era ancora nata!

Bene, nonostante quest’ultimo punto sia indiscutibile, vediamolo se c’entra o no.

Anticipo subito che, per rispondere, si dovrebbe leggere attentamente il primo libro de Il capitale componendo in un discorso unitario le osservazioni sparse di psicologia che vi compaiono, senza lasciarsi fuorviare dal taglio di filosofia dell’economia politica che, essendo quello fondamentale dell’opera, a quanto pare tutti prendono per esclusivo. Presumibilmente, è proprio questo, e la fama di Marx economista e filosofo politico, che mascherano la portata altrettanto fondamentale della sua teoria psicologica. Essa emerge, invece, organica e compiuta, se si fa il lavoro qui suggerito, completandolo inoltre con altri passi di Marx e di Engels, particolarmente con le Tesi su Feuerbach.

 

1. Il lavoro come categoria psicologica

 

Sebbene ne Il capitale Marx dedichi al concetto di lavoro scarne osservazioni di tenore psicologico, egli ne collega l’analisi direttamente con i concetti di sviluppo intellettuale, ideazione, coscienza, autocontrollo, attenzione volontaria, sequenzialità degli atti di un’attività e loro programmazione, intenzionalità, facoltà mentali in generale e natura umana: tutti concetti squisitamente psicologici. Nello specifico il concetto di natura umana e della sua formazione storica è un termine centrale di confronto per qualunque psicologia.

Marx rileva come il lavoro trasformi la collocazione umana nella natura e l’interazione (“il ricambio organico”) degli uomini con essa; come, con ciò, gli individui e i gruppi umani cambino la propria stessa natura, acquisendo nuove facoltà e imparando a dominare i processi che prima erano costretti a subire passivamente; come l’ideazione che sia prepara sia accompagna le varie fasi del lavoro e serve a controllarle differenzi quest’ultimo dall’attività animale; infine, come la pratica prolungata di conformare le azioni agli scopi produca la capacità di attenzione (1977, pp. 211-212).

Nella definizione del lavoro quale “attività conforme allo scopo” (p. 212) rientra “la creazione dei mezzi di lavoro” e il loro uso consapevole secondo modalità talmente lontane dai pochi rudimentali analoghi esempi animali che ne sono all’origine da poter caratterizzare le epoche storiche in base ai tipi di strumenti e di tecniche posseduti (p. 214). Così, vengono trasformate via via le condizioni del lavoro, particolarmente con l’introduzione della cooperazione sociale pianificata (p. 367).

Ma l’evoluzione più decisiva, che distanzia definitivamente e incomparabilmente la specie umana da tutte le rimanenti specie animali  è data dalla creazione degli strumenti simbolici, insieme a quelli materiali e a loro integrazione. L’organizzazione sociale e la comunicazione simbolica che la consente in forme massimamente articolate, unitamente alla rappresentazione mentale individuale che si accompagna a tale comunicazione e ne è stimolata, costituiscono la spinta per tutti ad acquisire le capacità e i modi di comportamento tipici dei gruppi di appartenenza, vale a dire propri delle rispettive epoche e culture. Marx ne coglie il fondamento nella compensazione e riduzione statistiche delle differenze individuali entro i margini ristretti degli scarti tipo tendenti alle medie (pp. 363-364).

Ecco una componente essenziale di teoria psicologica fondata su un’analisi storicistica ed evoluzionistica, a smentita di qualsiasi innatismo astrattamente e metafisicamente spiritualistico o biologistico: “Nella cooperazione pianificata con altri l’operaio si spoglia dei suoi limiti individuali e sviluppa la facoltà della sua specie” (p. 371).

Se, per un verso, Vygotskij e i suoi seguaci formalizzeranno la teoria della formazione della sfera intrapsichica per interiorizzazione delle operazioni interpsichiche, per altro verso l’idea della costruzione sociale del sapere è diventata centrale anche in orientamenti psicologici indipendenti dalla filosofia marxiana [2]. E va detto che il sapere è la sostanza dell’intelligenza, la costituisce e produce (Olson, 1979) [3].

Marx (1977) approfondisce poi l’intuizione della formazione sociale delle psicologie individuali con la sua considerazione degli effetti prodotti dalla simultaneità di esecuzione delle diverse operazioni di una medesima attività lavorativa quando questa è svolta in collaborazione da operari riuniti spazialmente e temporalmente (pp. 368-369). Individui isolati sono costretti a eseguire in successione quelle che a livello riflessivo possiamo riconoscere come varie fasi distinte di qualunque attività. L’esecuzione unitariamente complessiva delle attività svolte ostacola la loro scomposizione riflessiva in singole fasi distinte, costituendo, rispetto al lavoro programmato razionalmente, una condizione più prossima a quella animale di immersione inconsapevole in un unico comportamento globale indifferenziato i cui momenti sequenziali emergono quali unità mentalmente separate solo a un osservatore dotato di capacità analitiche. E queste sono assicurate esclusivamente dalla disponibilità di corrispondenti modelli culturali e dall’abitudine di servirsene. Il pensiero metacognitivo è certamente una conquista sociale, non individuale, almeno quale prassi resa convenzionale, abituale.

In sostanza, la divisione del lavoro, in chi vi partecipa prendendo coscienza del suo intero svolgimento, produce delle categorie intellettuali impensabili al di fuori di una tale organizzazione, così che sviluppa intelligenza. Lo ha ben capito Bruner quando ha appunto sottolineato come i linguaggi iconici e soprattutto quelli segnici favoriscano l’incremento dell’intelligenza delle situazioni giusto consentendo di farsene delle visioni simultanee o tendenti alla simultaneità che aiutano a individuarne singoli componenti, aspetti e loro relazioni (Bruner et al., 1973, p. 26).

Con valore psicologico corrispondente, Marx mette in evidenza che la rivoluzione industriale, con il trasformare i modi di affrontare i compiti produttivi e di impostare e svolgere le attività, ha prodotto connessi mutamenti dei modi di conoscere e degli stili di pensiero. Ne è scaturita una vera e propria evoluzione cognitiva e psicologica generale: vale a dire, la trasformazione delle facoltà umane complessivamente considerate e la creazione di nuove facoltà. Via via che sono state messe a punto, le nuove logiche produttive, inducendo a nuovi atteggiamenti e condotte, si sono convertite in logiche intellettuali e comportamentali.

 

2. Come si creano le facoltà umane

 

Particolare rilievo psicologico assume la riflessione di Marx (1977) che la compresenza di lavoratori di diversa esperienza e capacità, ossia la compresenza dei meno competenti e di più competenti, porta più o meno tutti a gradi sempre più elevati di “virtuosismo”, vale a dire di competenza e di capacità, in un interscambio tra accumulazione sociale di miglioramenti tecnici e crescita intellettuale personale dei singoli (p. 382). L’osservazione ricorda quella con cui Galilei apre i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, riferendosi alla portata delle conoscenze sviluppate attraverso le varie generazioni all’arsenale veneziano e alla finezza di pensiero acquisita da tanti arsenalotti.

I nuovi ruoli che necessariamente sorgono con la divisione e il coordinamento delle mansioni nelle grandi imprese produttive inducono a corrispondenti riorganizzazioni, prima dei processi lavorativi ma poi, inevitabilmente, delle categorie mentali e dei modi di pensare (p. 372). Questi tendono a diffondersi in proporzione al numero di quanti arrivano a percorrere i diversi livelli della gerarchia produttiva e organizzativa, o anche solo a prenderne coscienza.

L’osservazione marxiana, da un lato, riprende la teoria evoluzionistica darwiniana (Darwin, 1959) mentre, d’altra parte, anticipa le analisi psicologiche odierne pure ispirate a tale teoria ma documentate con ricerche empiriche specifiche. Queste evidenziano come lo sviluppo cognitivo proceda secondo ristrutturazioni evolutive consistenti in progressioni di differenziazioni di unità globali precedenti – più grezze – e di complementari collegamenti delle nuove unità – più avanzate – risultanti da tali differenziazioni (Carey, 1985; Siegler & Jenkins, 1989; Smith et al., 1985; Wiser, 1988). A ben guardare, il processo è riscontrabile pari pari per l’intera cultura fin dalle sue origini nelle condotte animali.

Con il concetto di sviluppo correlato, Darwin (1959) ha messo in luce che i mutamenti di ciascun organo ne inducono di collegati in tutti o in molti degli altri organi di un organismo, e che altrettanto provocano le interazioni delle diverse specie viventi tra loro e con il territorio rispetto le une alle altre e a questo. Ora, via via che si è costituita l’umanità quale specie progressivamente caratterizzata da una cultura sempre più ampia e articolata, gli ambienti umani hanno assunto sempre più aspetti conoscitivi, in un’unità indisgiunta con i loro caratteri fisici, così che ogni variazione su un piano ne induce di corrispondenti sull’altro.

Sotto questo profilo, per Marx (1977) risulta cruciale la coevoluzione degli strumenti materiali e delle abilità produttive pratiche con gli strumenti simbolici e le abilità intellettuali, gli uni che determinano le altre e viceversa. “La produttività del lavoro non dipende soltanto dal virtuosismo dell’operaio, ma anche dalla perfezione dei suoi strumenti” egli osserva, rimarcando la continua progressiva specializzazione sia di questi sia delle corrispondenti competenze in un processo evolutivo unitario (pp. 384-385). Naturalmente, la funzione determinante della qualità degli strumenti rispetto a quella delle attività svolte e dei risultati ottenuti vale per gli strumenti simbolici sui quali si basano le capacità intellettuali altrettanto che per gli strumenti materiali e le abilità operative.

Notevole è la considerazione marxiana che l’organizzazione artificiale del lavoro e del commercio mondiale in ruoli e in aree produttive specializzati che rendono parimenti specializzate molte attività di intere popolazioni, inducono negli individui e nei gruppi coinvolti differenze dei modi di vita, dei comportamenti e delle caratteristiche intellettuali – in una parola della loro natura umana – altrettanto artificiali (pp. 395-396, 403-405).

 

3. Prassi e natura umana

 

Porre il lavoro, e più ampiamente qualunque tipo di attività, all’origine della formazione e trasformazione continue e progressive congiuntamente della cultura sociale e delle psicologie individuali suggerisce una visione storicistica e materialistica della natura umana.

Tale consapevolezza è chiaramente affermata nelle Tesi su Feuerbach con le critiche all’oggettivismo realistico e allo spiritualismo astratto del materialismo precedente vincolato a visioni statiche antistoriche, prive del senso dei processi genetici e della capacità di indagarli (Marx, 1972, tesi 1-10). Rilevando come le persone determinino le stesse condizioni e i modi dell’educazione (tesi 3), Marx indica come la psicologia sia conseguente alla pedagogia, inversamente al rapporto tra i due piani stabilito tradizionalmente e teorizzato anche a tutt’oggi, con un secolo e mezzo di ritardo da lui, senza averne accolto l’insegnamento. È solo di recente, con la ripresa dopo oltre tre decenni delle ricerche pionieristiche di Luria (1976), che si è prestata la dovuta attenzione all’influenza determinante dell’alfabetizzazione e della scolarizzazione nella formazione umana (Bruner et al., 1973; Lave & Wenger, 1991; Scribner & Cole, 1981).

Eppure, nonostante la loro limitatezza e timidezza, sono state elaborate anche nella psicologia del Novecento indipendente da Marx concezioni della percezione e delle operazioni mentali, rispettivamente quale azione e quali azioni interiorizzate (Piaget). Vale a dire, in particolare quello che è stato considerato per decenni il massimo psicologo aveva ben capito che alla base dello sviluppo psicologico c’è l’attività. Tuttavia, il limite essenziale che invalida la teoria piagetiana è di considerare l’attività come esclusivamente individuale, anziché coglierne l’organizzazione fondamentalmente sociale: e questo, di nuovo, un secolo dopo Marx! Il quale si era liberato di ogni misticismo comprendendo l’origine della cultura nella prassi (tesi 8) e quella della stessa umanità in tale cultura dovuta all’organizzazione sociale (tesi 10).

Così, egli aveva capito come i tipi umani fossero prodotti e realtà storiche, e come fosse arbitrario e smentito dai fatti pretendere di elevare a tipo umano eterno e universale quello della propria epoca, degli individui “della società borghese” (tesi 9).

Illudersi che la psicologia tipica di un particolare periodo storico, per quanto al momento esso sia l’ultimo, esprima una presunta natura umana universale in eterno equivale a proclamare l’arresto della storia, come ironizza Marx, che “c’è stata della storia, ma ormai non ce n’è più” (1973, p. 182). Alla stregua delle chiese che proclamano vera e unica ciascuna la propria religione (ibidem), anche gli economisti “rappresentano i rapporti della produzione borghese come categorie eterne” (p. 213), con la pretesa che queste siano “‘razionali’ appunto perché presunte naturali” (p. 206).

L’infondatezza di una tale presunzione non risparmia la psicologia di Piaget, minata dal circolo vizioso di proclamare il pensiero dell’individuo medio (il piagetiano “io epistemico”) razionale perché naturale (perché secondo Piaget le forme evolutive del pensiero sono confermate da tutte le indagini al di là, tutt’al più, di trascurabili sfasature cronologiche da una cultura all’altra) e naturale perché razionale (perché, sempre secondo lui, rifletterebbe l’oggettività intesa realisticamente anziché epistemicamente)!

La razionalità stessa è invece relativa al sistema storico (il che significa economico, politico, culturale e psicologico) preso a riferimento, nel succedersi continuo delle condizioni di vita sempre piene di contrasti e continuamente rinnovantisi per la dialettica di questi (Engels, 1974a, p. 9).

Engels si affianca a Marx, negli scritti in collaborazione tra i due, e lo continua, nei propri personali, prolungandone e suffragandone il pensiero con i riferimenti alle scienze naturali che, nelle loro analisi complessive, fanno da complemento alle competenze economistiche del compagno. E l’odierna filosofia della scienza conferma e precisa le loro penetrazioni gnoseologiche che sostengono quelle psicologiche, consolidandone l’attendibilità.

 

4. Pensiero e realtà

 

Con tale prospettiva fondata scientificamente, Engels ribadisce come le visioni statiche che inducono a ritenere le condizioni date al momento valide in eterno, da sempre immutate e per sempre immutabili, indichino non solo che se ne ignora la storicità ma anche che si prendono le proprie idee per realtà oggettiva. Trascurando la componente mentale delle percezioni e dell’esperienza, ci si convince che le realtà che ci rappresentiamo siano esclusivamente e completamente imposte dai loro contenuti esterni, e coincidano perfettamente con questi. Tale “realismo ingenuo” è ben noto in epistemologia della scienza, e in psicologia porta a concepire come realtà esistenti in concreto le idee astratte sia di una “natura umana” mai ben definita sia delle sue cosiddette “leggi”. Così, non ci si rende conto che queste non esprimono altro che modi di rappresentarsi le cose, prodotti dell’immaginazione con la quale cerchiamo di collegare le componenti extramentali dei fenomeni in visioni coerenti (Agazzi, 1974; Bellone, 1992, 2000; Cavallini, 2005a; Duhem, 1978; Einstein, 1954, 1988; Enriques, 1906). Allora si dimentica che le esperienze tanto individuali quanto sociali si strutturano sulla falsariga di rappresentazioni e di modelli rappresentativi tipici, rispettivamente suggerite dalle pratiche culturali e insiti in queste e nella loro organizzazione sociale e storica, ad un tempo sia materiale sia psicologica (Cavallini, 2001a, 2005a, 2006a). È sintomatico che proprio una simile dialettica di estrapolazione delle categorie cognitive dalle sequenze degli eventi conosciuti sia stata messa in luce più recentemente dalla psicologia (Nelson, 1985, 1986; Rosch, 1975; Rosch & Lloyd, 1978), anche grazie alle esperienze di Intelligenza Artificiale (Johnson-Laird, 1988; Minsky, 1989; Norman & Rumelhart 1975; Schank & Abelson, 1977). Con dati ricavati da entrambi i campi è stato dimostrato che categorie, strutture e processi mentali si formano rifacendosi attivamente ai contenuti, ai caratteri e alle strutture degli eventi mediante sia la partecipazione a essi sia anche solo il rappresentarseli (che è sempre insito nella vera partecipazione, imprescindibilmente attiva e implicante comprensione).

Occorre saper cogliere “nella storia il processo di sviluppo dell’umanità” (Engels, 1974a, p. 24) in una coevoluzione progressiva delle condizioni pratiche e del pensiero che non vede mai separati corpo e mente, mondo materiale e mondo rappresentato. La divaricazione dei termini di ciascuna di queste coppie renderebbe impossibile capire la realtà fisica e impossibile la stessa esperienza (pp. 26-35).

Al contrario, la coevoluzione e derivazione reciproca di realtà conosciuta e pensiero, di materialità e spiritualità (Freud, 1978; Boltzmann, 1999) trovano una convalida specifica nel modo in cui l’architettura cerebrale si forma ed evolve via via in funzione delle attività svolte (Changeux, 1986; Edelman, 1991, 1993, 1995a, 1995b; Edelman & Tononi, 2000), per il fatto che in queste ultime sono sempre attivate componenti reciprocamente indisgiungibili tanto materiali quanto simboliche, e tanto concettuali quanto emotive e affettive (Crick, 1994; Damasio, 1996, 2000).

 

5. Individui e società

 

Engels approfondisce l’analisi dei processi mediante i quali “in tutti i campi del pensiero”, tanto in quello sociale o politico o psicologico quanto in quello fisico e matematico, le idee elaborate rifacendosi alle esperienze empiriche, raggiunto “un certo grado di sviluppo”, vengono “astratte dal mondo reale, vengono separate dal mondo reale e contrapposte ad esso come qualche cosa di indipendente, come leggi che vengono dall’esterno e a cui il mondo deve conformarsi” (Engels, 1974a, p. 38).

Le ricostruzioni che poi farà Piaget (1982; 1983; 1984) della storia delle scienze per studiare le convergenze tra pensiero collettivo o di specie e pensiero individuale contribuiranno a evidenziare la costante dialettica tra il piano empirico e quello razionale. Nonostante la prospettiva infinitamente più arretrata delle interpretazioni piagetiane rispetto alle vedute marx-engelsiane, per la mancanza dello storicismo materialistico e della prospettiva sociale, anch’esse rileveranno come si producano continuamente creazioni e svolte ora sul piano empirico e ora su quello razionale che anticipano, preparano e consentono invenzioni e scoperte su quello complementare fornendone i necessari strumenti: conoscitivi e intellettuali alle osservazioni, alle tecniche e alle apparecchiature sperimentali; e queste con i relativi dati empirici a sostegno degli sviluppi conoscitivi e intellettuali. E anche le ricostruzioni della scienza di stampo puramente storiografico prive di preoccupazioni psicologiche confermano tale dialettica.

La consapevolezza di essa fuga qualunque presunto mistero del rapporto tra realtà materiale e pensiero, e delle corrispondenze che si colgono tra essi quando non si incorre in errori nelle osservazioni empiriche, nelle loro interpretazioni teoretiche e nelle costruzioni intellettuali.

In tutto ciò, punti di incomparabile superiorità della gnoseologia marx-engelsiana su quella piagetiana, come su qualunque altra filosofia e psicologia, consistono sia nel capire – la prima – la genesi sociale del pensiero, che invece – nelle seconde – continua a essere ritenuto fondamentalmente di matrice individuale, sia nella concezione sorprendentemente avanzata della realtà che la prima presenta a differenza di quella del tutto tradizionale delle seconde.

Riguardo alla natura del pensiero, il parziale costruttivismo piagetiano la considera determinata allo stesso modo prestabilito tanto per i singoli quanto per l’umanità complessiva dalle loro interazioni con l’ambiente, e in definitiva con le caratteristiche di questo che vincolano e dirigono tali interazioni. Perciò si tratta di un costruttivismo monco, in quanto vi sono conservati, come in ogni filosofia e psicologia innatistiche e spiritualistiche, sia l’individualismo sia la metafisica incapace di spiegare le pretese universalità e necessità delle categorie mentali, qualunque sia la cultura di appartenenza.

Riguardo alla realtà, Piaget, anche in questo fermo alle filosofie e psicologie tradizionali, la concepisce come data all’esterno della conoscenza. Marx e Engels, con una visione più in sintonia con l’epistemologia odierna (elaborata particolarmente in riferimento alla fisica, alla psicologia sociale, alla sociologia, all’antropologia culturale e alla linguistica, all’estetica), colgono invece come la realtà sia il prodotto delle attività umane pratiche e intellettuali, e quanto sia assurdo concepire una qualsiasi forma di realtà estranea ai modi di pensarla (Cavallini, 2001a; 2005a; 2005c).

“Questa affermazione, che noi non possiamo conoscere la cosa in sé – dice Engels riferendosi a Kant – ci fa […] uscire dalla scienza ed entrare nella fantasia” (1974a, p. 524). Osservazione che precisa quella famosa di Marx che “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo: si tratta di trasformarlo” (1972, tesi 11), completandola con l’indicazione che comunque sempre siamo noi a formare e a trasformare la realtà che arriviamo a conoscere, appunto con e per i modi in cui la conosciamo.

 

6. La storicità costruttiva del reale

 

L’intuizione fondamentale di Marx, grandiosa rispetto alla tradizione, è quella della natura storica attivamente prodotta del mondo umano, che comprende in una totalità unitaria tanto le facoltà psicologiche quanto l’ambiente fisico conosciuto, utilizzato e continuamente trasformato. Nessuna facoltà, che non sia puramente biologica, preesiste e mai è preesistita alla nostra specie in quanto tale. Nessuna realtà ben definita, individuabile e riconoscibile, preesiste e mai è preesistita all’attività pratica e mentale; mentre realtà materiale e facoltà cognitive-realizzatrici si determinano via via in forme sempre nuove e diverse reciprocamente in rapporto ai rispettivi gradi di sviluppo.

La comprensione della natura dell’unica realtà della quale si possa parlare, sempre oscillante nel succedersi storico delle varie filosofie e di come sono state via via intese, si rivela addirittura lapalissiana appena si precisa appunto che la sola realtà alla quale si può pensare dev’essere comunque in qualche modo definita: vale a dire che nel riscontrarla o concepirla è sempre inevitabilmente coinvolta un’interazione uno dei cui termini è l’attività mentale. Quanto, poi, alla conseguenza, altrettanto evidente, che non può che esservi corrispondenza tra i risultati delle relative interazioni e i livelli delle facoltà mentali in esse coinvolte, mi pare che non se ne sia mai tratta la consapevolezza del progredire progressivo coevolutivo di tutti i termini implicati. Alla concezione statica della realtà, che sembra sia quella fondamentale, ha sempre corrisposto la concezione parimenti statica della natura umana, o psicologia.

Di fatto, invece, qualunque realtà sia fenomenica sia psicologica sia epistemica si determina in relazione ai vari livelli dell’esperienza con sviluppi storici per propria logica interna tendenzialmente cumulativi, in quanto ciascun livello raggiunto è base di nuove elaborazioni. Le regressioni, che pure sono frequenti, sono sempre dovute a distruzioni e catastrofi che, per quanto riguarda la cultura e la psicologia, scaturiscono da squilibri di potere e da prevaricazioni di gruppi sociali su altri. Tali regressioni segnano sempre la perdita di una parte più o meno ampia e profonda della condizione umana storicamente raggiunta, con proporzionale ritorno all’animalità (Cavallini, 2006b).

Al riguardo, un dato è che si intrecciano e coevolvono i livelli cognitivi delle esperienze e il loro carattere più o meno riflessivo con forme più oggettive o più soggettive delle riflessioni, vale a dire per la qualità degli strumenti e delle tecniche simbolici. Un altro dato, che ribadisce la coevoluzione di pensiero e realtà, è che per ciascun individuo quest’ultima è costituita in larghissima misura e fondamentalmente dalla conoscenza altrui, in particolare da quella sociale, che ci viene comunicata, con una sproporzione incomparabile tra acquisizioni personali dirette e acquisizioni collettive.

Ecco, allora, un terzo dato: i linguaggi (o strumenti simbolici, di rappresentazione) e le concezioni (rappresentazioni sia di senso comune sia scientifiche) sono essenziali e determinanti nella conoscenza–costruzione della realtà, così che, ribadendo il concetto, è palese come questa sia sempre costituita da componenti congiuntamente fisiche e simboliche.

 

7. Oltre l’animalità

 

La complementarità tra piano fisico e psicologico è ciò che consente sia la crescita dell’uno sull’altro sia, in tale contesto, la possibilità di agire intenzionalmente su entrambi. In quest’ultima condizione rientra l’educazione e la sua direzione consapevole.

Ancora una volta, ciò significa che sono in qualche misura le persone e le società umane a produrre le facoltà umane e l’umanità via via che essa evolve, che è l’educazione a fare la psicologia, e questo progressivamente in proporzione al grado di cultura e di consapevolezza posseduto.

In tale processo, il distanziamento degli uomini dagli altri animali è misurato dai principi darwiniani, attuati in dimensione storica, della differenziazione progressiva delle forme e dei contenuti cognitivi nell’ambito di uno sviluppo correlato dei prodotti via via ottenuti.

Essenziali sono l’estensione quantitativa e il grado di evoluzione qualitativa degli strumenti creati, la portata del loro sviluppo nel corso della storia, le corrispondenti ampiezza e profondità delle trasformazioni dell’ambiente e soprattutto della specie che ne conseguono. I mutamenti fondamentali nella specie umana, che si è prodotta da una precedente specie puramente animale con il superamento nella sua filogenesi del puro piano biologico, sono quelli della cultura collettiva e delle psicologie individuali. In altri termini, le mutazioni più estese e radicali coincidono con le conversioni degli strumenti e delle pratiche materiali negli strumenti e nelle pratiche simbolici e negli sviluppi prodotti sul piano simbolico, per quanto, dialetticamente, questi abbiano poi sempre ricadute anche sul piano materiale.

Di nuovo, tutto è frutto di produzione in progressione storica, e ciò vale in specifico per la mente, all’opposto di quanto concepito nel senso comune e teorizzato con le speculazioni filosofiche e psicologiche canoniche dell’innatismo e del preformismo tradizionali.

Questi ultimi, ignorando le emersioni – nell’accezione dei cambiamenti di qualità dei processi – che possono scaturire dalle interazioni in eventi di grandi numeri quali si verificano nei tempi storici (Ottaviano, 1985; Gould, 1990; 1995), non saprebbero spiegare nemmeno i fenomeni biologici più elementari delle mutazioni genetiche vegetali, ad esempio quelle delle piante che diventano resistenti ai diserbanti. Quest’ultimo è solo un esempio del fenomeno generale dello sviluppo correlato, il quale, alla scala della natura umana, comporta processi che, pur nella loro continuità addirittura con le interazioni inorganiche, sono incomparabilmente più complessi.

La comprensione della natura evoluzionistica in complementarità dell’umanità quale specie dotata di cultura, della cultura stessa e delle psicologie individuali che conseguono dalla sua interiorizzazione, rientra nella comprensione dell’interazione fondamentale tra organismi e ambienti. In tale quadro si colloca la stretta interdipendenza tra società e singoli nella formazione psicologica, oltre che nelle generali condizioni di vita e di sopravvivenza. “Se l’uomo è sociale per natura, egli sviluppa la sua vera natura solo nella società, e il potere della sua natura deve di necessità avere la sua misura non nel potere dell’individuo singolo, ma nel potere della società” (Marx & Engels, 1972, p. 145).

Un secolo dopo lo psicologo Kaye (1989) avrebbe indicato che neppure la socialità umana è innata, bensì è indotta nei neonati dai comportamenti sociali e socializzanti di coloro che li allevano. Inoltre già prima i tentativi di educazione dei cosiddetti bambini selvaggi e indagini sui brefotrofi avevano documentato come il grado di sviluppo sia della socialità sia intellettuale generale risulti ridotto in proporzione alla gravità delle deprivazioni nei rapporti sociali (Itard, 1995; Maturana & Varela, 1987; Kellmer Pringle, 1965).

Il superamento della condizione puramente animale nella quale sono e sono sempre state relegate tutte le altre specie, compresa l’ultima di quelle all’origine della nostra, si è prodotto con la conversione della biologia in psicologia. Sebbene non sappiamo spiegarci tale trasformazione, come non sappiamo spiegarci quella parallela dell’inorganico in organico, è solo con entrambe che si riesce a ricostruire rispettivamente l’origine della psicologia e quella della vita.

Richiamandosi a questi concetti, la psicologia elaborata da Marx è stata la prima a superare la metafisica e le sue espressioni innatistiche, preformistiche e teleologistiche.

 

8. Perché?

 

La psicologia marxiana, nonostante resti speculativa e filosofica per quanto basata su dati osservativi, possiede tuttavia una coerenza e una completezza che la rende a pieno titolo una teoria verificabile empiricamente. In tale direzione essa è stata rielaborata, sistematizzata e formalizzata da Vygotskij e dalla sua scuola a partire dalla metà degli anni Venti del Novecento in una Psicologia che dai successivi anni Sessanta è sempre più presa a riferimento dalle correnti più avanzate della Psicologia mondiale (Cavallini 2005b) [3].

Dal 1966 Vygotskij è ben conosciuto in Italia, ma mi pare scarsamente utilizzato e che la sua conoscenza non abbia scalfito gli orientamenti tradizionali della psicologia nostrana. Men che meno ha spinto a ristudiarsi o a studiare finalmente la psicologia di Marx.

Se sono nel giusto, è del tutto ignorato che le sue analisi sulla formazione delle facoltà umane in coevoluzione con i modi di produzione e con le forme sociali, con le condotte e con le attività mentali che ne sono via via scaturite, si compongono in un quadro unitario coerente che esprime una vera e propria teoria: documentata, organica, completa e verificabile.

Non modificano tale giudizio i richiami alle analisi psicologiche di Marx di Erich Fromm in psicologia dinamica, quelli di Althusser in filosofia, le critiche marxiste di Wilhelm Reich, di Deleuze e Guattari al freudismo, e la traduzione in italiano di quelle di Volosinov (1977), nonché i tentativi di sintesi di marxismo e psicoanalisi: e questo perché simili interventi, sia singolarmente sia nel loro complesso, hanno un taglio quanto mai parziale e completamente diverso dal presente discorso. La parte che contengono di riconoscimento della psicologia marxiana, rispetto alla completezza di questa, coprirebbe il solo capitolo di psicologia dinamica.

Ben altra è la portata del programma qui proposto, di tutt’altro tono è accorgersi della Psicologia generale di Marx.

Possibile che nessuno se ne sia mai accorto?

Forse ha sempre ingannato il carattere sparso delle considerazioni psicologiche marxiane, che sono sembrate occasionali e marginali rispetto alla centralità delle analisi economiche. Eppure, i paralleli costanti riferimenti a corrispondenti temi storici, sociologici e politici avrebbero dovuto rivelare l’unitarietà del disegno tra tutti questi vari aspetti considerati.

Forse è semplicemente la natura speculativa di quella psicologia – per quanto, accidenti! da quale mole di dati osservativi ricavata! – ad aver distolto dal considerarla scientifica (con il solito ritornello: ma la psicologia scientifica è stata fondata dopo! Già, perché c’è mai un prima e un dopo nella maturazione delle idee portanti di una disciplina? Quante di queste sono speculative anche quando sorgono e si affermano dopo che lo statuto scientifico del relativo settore di conoscenza è stato raggiunto da un pezzo?).

Una terza possibile spiegazione è che a occuparsi di Marx sono e sono sempre stati per lo più economisti, filosofi e studiosi di politica, i quali non hanno e non hanno mai avuto né l’interesse né la competenza necessari per cogliere la rilevanza e la portata della teoria psicologica messa in ombra dalla tematica economica ritenuta preminente o addirittura esclusiva.

C’è, però, un’ulteriore possibilità: che il pensiero psicologico marxiano fosse talmente in anticipo sui tempi, talmente in contrasto con pregiudizi innatistici, spiritualistici e creazionistici radicati, da non essere compreso neppure oggi. Particolarmente là dove, come da noi, più tenace è la sopravvivenza dello spiritualismo anche tra quanti si credono positivisti e marxisti.

 

Note

 

[1] Dato il clima culturale generale odierno, particolarmente per la pudibonda coda di paglia che forza gli ex–comunisti (quelli che si proclamavano tali, quali che fossero) a rinnegare il proprio passato e Marx e ad aborrire qualunque riferimento a lui, credo che non ci vorrà molto perché l’amnesia manzoniana sia diventata di piena attualità non solo riguardo alla psicologia ma all’intera opera di uno dei maggiori pensatori di sempre. Non lo dico da marxista, non essendolo e mantenendomi alla larga dalle conventicole di qualsiasi specie.

[2] Forgas, 1981; Lakoff & Johnson, 1980; Mason & Santi, 1996; Mugny & Carugati, 1988; Perret-Clermont, 1981; Pontecorvo, 1989; 1991; 1993; Pontecorvo et al., 1991; Rogoff, 1991; Ugazio, 1988.

[3] Alla sua analisi centrata sulla dimensione cognitiva in senso stretto – corrispondente all’idea di intelligenza quale capacità a sé di pensiero riflessivo o di riconoscimento consapevole e di soluzione di problemi – io aggiungo che quelli che lui chiama media, le pratiche di vita, creano e informano anche la sensibilità e i sentimenti.

[4] Dopo Bruner, che ha avviato il processo, un po’ tutto il rinnovamento della psicologia statunitense (Berk, 2001; Tomasello, 2003; le ultime posizioni della Nelson (2000) e del suo gruppo) si è ispirato a Vygotskij, e anche i piagetiani di Ginevra si stanno confrontando sempre più con lui.

 

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