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Bambini e anziani, centro o periferia?
di Isabella Loiodice   
DOI: 10.12897/01.00002

 

L’articolo, nel riferire metaforicamente i concetti di centro e di periferia alle relazioni che intercorrono tra i differenti tempi della vita – l’infanzia, l’età adulta, la vecchiaia – intende farne oggetto di riflessione pedagogica. Ciò al fine di superare le immagini stereotipate con cui siamo stati abituati a vedere le  differenti  età della vita come separate e spesso contrapposte tra loro – secondo una logica di supremazia dell’età adulta e di subalternità dell’infanzia e della vecchiaia – prefigurando invece modelli di ricomposizione e di reciprocità che trovano nella dimensione della cura una concreta possibilità di realizzazione.

 

The paper applies the metaphorical concepts of center and periphery to the relationships taking place between the different ages of life - childhood, adulthood, old age - thus making them the subject of pedagogical reflection. The aim of the work is to overcome the stereotyped images with which we usually conceive the different ages as separated and often conflicting with each other, according to a logic that gives supremacy to adulthood and subordination to childhood and old age. We foreshadow, instead, models based on complementarity and reciprocity that find a concrete possibility of accomplishment in the dimension of the care.

 

0. Premessa

 

Prendo a prestito da alcuni architetti una differente interpretazione del concetto di periferia, considerata cioè «non più come luogo dell’assenza, ma come luogo della presenza di qualcos’altro» (Scateni, 2006). Si tratta di un radicale ripensamento rispetto al modo in cui le periferie sono state pensate, realizzate e vissute rispetto al centro urbano, in genere espropriate di una propria specifica “rappresentatività” e quasi sempre condannate, in mancanza di tratti identitari propri, a un destino di degrado sociale ed etico che le portava a contrapporsi al centro o ad annullarsi rispetto a esso.

Questa definizione può, a mio avviso, rimandare a due differenti modi di pensare il rapporto che intercorre fra i differenti tempi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Penso, ad es., all’immagine che per molto tempo hanno avuto il tempo dell’infanzia e quello della vecchiaia rispetto all’età cd. del “centro”: l’età adulta, definita per antonomasia il tempo della realizzazione – personale, sociale, professionale – rispetto a cui l’infanzia e la vecchiaia hanno rappresentato, rispettivamente, l’età del “non ancora” e l’età del “non più”. Periferie, quindi, identificabili come luoghi dell’assenza di quelle caratteristiche ritenute connotative dell’età adulta quali la maturità, la stabilità, l’equilibro, rispetto alle quali, appunto, marcare la distanza, in termini di difettività, con le età precedenti e quelle seguenti. Rivedere – ripensare, rifondare, re-immaginare – infanzia e vecchiaia per ricercare quel “qualcos’altro” della citazione iniziale rimane forse, ancor oggi, nonostante il ripensamento e la ridefinizione dell’intero corso della vita, inconoscibile ai più, celandone le risorse e le potenzialità ma anche i rischi e le problematicità.

 

1. L’infanzia

 

Non è possibile negare il cammino di riconoscimento della categoria infanzia a partire dalla sua “scoperta” che trova, nell’età moderna, il punto di avvio di un processo di emancipazione del bambino e della bambina finalmente riconosciuti nella loro peculiare e irriducibile identità di soggetti specifici e distinti rispetto agli adulti. Da quel momento si dà inizio a un lungo e faticoso processo di legittimazione dell’infanzia, che acquista un ruolo e un posto centrali all’interno del nucleo familiare, diviene oggetto di specifiche azioni politico-sociali, diventa il protagonista principale di un diverso modo di organizzare gli spazi e i tempi di vita personale e comunitaria, viene posto al centro di studi e di modelli teorici che ridisegnano i modi di interpretazione di saperi, culture, valori riferiti all’infanzia.

Il Novecento rappresenta, sia pure in forma chiaroscurale, il secolo che esalta l’infanzia e la fa oggetto di interventi intenzionali e mirati a promuovere la sua crescita integrale e integrata investendo sulla sua educazione, disegnando intorno a essa modelli di scuola e di formazione idonei a esaltarne le peculiarità e le potenzialità rispetto alla costruzione di persone adulte equilibrate e capaci di governare società via via più complesse.

La promulgazione di Carte e documenti internazionali sui diritti dell’infanzia sancisce l’acquisita consapevolezza della sua centralità e dell’investimento – materiale e culturale – che gli Stati e le loro istituzioni hanno il dovere di realizzare come testimonianza evidente dello stesso grado di civiltà e di democrazia di una nazione. Tra i documenti più completi in merito c’è sicuramente l’ultima Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989 (ratificata in Italia nel 1991, con la legge n. 176), di cui annualmente si ricorda la stipula con la celebrazione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Si tratta di un documento importante che riconosce l’infanzia come soggetto di tutti i diritti umani – civili, culturali, economici, politici e sociali – garantendo il superiore interesse del bambino e salvaguardandolo rispetto ad abusi (discriminazioni, sfruttamento, violenza), di ordine materiale e immateriale. Quindi, accanto ai fondamentali diritti alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6), si riconosce in forma esplicita la capacità di discernimento, e quindi la libertà di esprimere la proprio opinione, chiedendo l’impegno degli Stati a garantire ai bambini e alle bambine “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione” (art. 14). Ciò porta a ribadire come i diritti dei bambini, in particolare i diritti dei bambini vittime di abusi, devono avere un'assoluta priorità nelle scelte politiche del Paese.

“L’infanzia è l’autentico tesoro dell’umanità”, scriveva Maria Montessori, un tesoro da salvaguardare non solo dalle forme esplicite di violenza ma anche da quelle più occulte (ma non meno pericolose) che i sistemi tecnologicamente evoluti hanno via via creato. Se, infatti, ancor oggi, in molte contrade del pianeta permane un'infanzia che continua a pagare le aberrazioni di un mondo adulto che schiaviz­za, violenta, uccide fisicamente l'infanzia, nelle società apparentemente opulente non compare quasi mai un’infanzia reale bensì, troppo spesso, strumentalizzata e com­mercializzata, fortemente adultizzata nei desideri, nelle aspettative, nei modi di comportarsi, sì da parlare di una nuova “scomparsa dell’infanzia” “sempre più prigioniera dentro a un’identità a-storica, dentro a una condizione sociale non sua […] espropriata dei propri linguaggi-pensieri-valori” (Frabboni & Pinto, 2009, p. 246). Un’infanzia, dunque, che pur apparendo prepo­tentemente presente sugli scenari della contemporaneità, continua ad essere “parlata ma non parlante”, spesso privatizzata a uso e consumo degli adulti, fin troppo visibile o, piuttosto, “esposta” agli sguardi, ai desideri, agli interessi non sempre legittimi di chi avrebbe il dovere di proteggerla, custodirla, curarla. Un’infanzia perennemente in bilico tra infantilizzazione e adultizzazione, rispetto a cui permane ancora irrisolta la domanda: “il bambino è felice?” con cui Egle Becchi leggeva la condizione dell’infanzia oggi, a conclusione di un approfondito itinerario di analisi della storia dell’infanzia, ribadendo come la questione della felicità del bambino vada ancora una volta ricondotta alla possibilità di conoscere veramente “chi è il bambino”, in modo da poter ascoltare con più attenzione la sua voce, “per impedire non solo e non tanto mosse di più o meno pesante violenza ma anche manipolazioni, riduzioni, alienazioni epistemologiche che sono perlopiù il registro entro cui il mondo degli adulti ha, da sempre, incontrato la realtà bambina” (Becchi & Julia, 1996, p. 407).

Un’infanzia, dunque, costretta a difendersi dalle permanenti ambiguità che regolano il rapporto con gli adulti, muovendosi tra ri­conoscimento e negazione, tra realtà e mistificazione, tra protezione e violenza: soprattutto quando si tratta di bambine, troppo spesso conformi a modelli femminili adulti la cui sofferta emancipazione è visibile nelle perduranti immagini di “corpi senza testa” che, anche quando si affacciano sul palcoscenico della politica, lo fanno attraverso e grazie all’esposizione delle propria più o meno naturale bellezza. Certo, non sempre (e per fortuna) è così: la storia più recente ci consegna l’esito positivo di lunghe lotte delle donne per il diritto all’istruzione, al lavoro, alla partecipazione politica, sociale e culturale. Un risultato, però,  che sembra essere sempre in bilico, da “difendere” quotidianamente, per sé, per le proprie madri e per le proprie figlie.

L’estrema gravità della condizione infantile odierna è proprio determinata dal fatto che paiono oggi sommarsi in negativo – influenzandosi a vicenda – povertà materiali e immateriali, violenze palesi e occulte, discriminazioni reali e virtuali che, per la loro ampiezza e per il coinvolgimento globale (che ricomprende al suo interno bambini, giovani, adulti e anziani, del centro e della periferia, occupati, disoccupati e inoccupati, studenti, lavoratori e pensionati, ecc.), producono conseguenze ancora più nefaste. È quanto emerge dai dati e dalle analisi contenute nell’Atlante dell’infanzia a rischio recentemente pubblicato da Save The Children (dicembre 2013) con il titolo L’Italia sottosopra. I bambini e la crisi. Una fotografia “tragica” dell’Italia di oggi, che vede le famiglie fortemente impoverite e oramai incapaci di arrivare a fine mese, in un Paese quasi in stato confusionale, tra aziende che chiudono, proteste di piazza, taglio delle spese sociali e welfare ridotto al minimo. Ovviamente, come si legge nella Introduzione di Valerio Neri, direttore generale di Save the children Italia, “in mezzo ci sono loro, bambini e adolescenti: oltre un milione di minori in povertà assoluta, in contesti segnati da disagio abitativo, disoccupazione giovanile alle stelle, alti livelli di dispersione scolastica, lavoro minorile e crescenti diseguaglianze” (p. 4). Secondo i dati Istat, dal 2007 al 2012 i minori in povertà assoluta sono più che raddoppiati, passando da meno di 500 mila a più di un milione, con un incremento significativo nel 2012, avendo registrato un 30% in più rispetto all’anno precedente (per molti bambini, e le loro famiglie, anche “il minimo diventa un lusso”).

Altrettanto significativi appaiono i dati relativi ai fattori di povertà che, anche in questo caso, testimoniano la compresenza di forme vecchie e nuove di indigenza: ne soffrono, cioè, sia le famiglie numerose sia quelle monogenitoriali, unificando in un identico destino di povertà sia le famiglie cosiddette tradizionali che le più recenti tipologie familiari. Ancora una volta, la povertà di istruzione accomuna tutte queste situazioni: “secondo l’Istat nel 2012 le famiglie con a capo una persona ferma alla licenza media inferiore hanno conosciuto un incremento della povertà pari al 3,1%. L’indagine sui Bilanci delle famiglie italiane promossa dalla Banca d’Italia mostrava nel 2010 un’altissima incidenza di povertà relativa tra le famiglie con minori guidate da una persona  senza titolo di studio o con la sola licenza elementare (64,9%)” (p. 52). Come dire che le “colpe” (in questo caso la mancanza di istruzione) dei genitori ricadono sui figli, in un circolo vizioso che diventa indispensabile e urgente interrompere.

 

2. La vecchiaia

 

Anagraficamente all’altro polo del corso della vita ma legata da vincoli di similarità e quindi di condivisione, si muove la vecchiaia: età anch’essa assediata da stereotipi entro i quali rinchiuderla, etichettarla, per emarginarla. Dall’antichità, attraverso l’età moderna sino ad oggi, la vecchiaia è andata progressivamente perdendo il primario ruolo di fonte di sapienza e di saggezza per identificarsi sempre più con immagini di decadenza fisica e mentale, direttamente conseguenti all’improvvisa perdita di ruolo sociale e professionale riveniente dal pensionamento che, nelle nostre società, di fatto sancisce l’esclusione dalla vita attiva e, conseguentemente, determina la perdita di significato di pensieri, azioni, esperienze e l’incapacità di riprogettarsi a partire dalla propria condizione anziana.

Nel motivare le ragioni del suo libro, Simone de Beauvoir (1970) così scriveva: “Per tranquillizzare la coscienza della collettività, gli ideologi hanno forgiato miti, del resto contraddittori, che incitano l'adulto a vedere nell'anziano non un suo simile, ma un ‘altro’: il saggio venerabile che domina dall'alto il mondo terrestre, o il vecchio folle stravagante e vanesio. Che lo si ponga al di sopra o al di sotto della nostra specie, resterà in ogni caso un esiliato. Ma piuttosto di travisare la realtà, si preferisce ignorarla radicalmente: la vecchiaia resta un segreto vergognoso, un soggetto proibito”.

È indubbio infatti che, oggi più che mai, la vecchiaia si pone al crocevia di vecchie e nuove contraddizioni che si sommano tra loro, aggravandosi ulteriormente in quei momenti di crisi economico-finanziaria, come quello attuale, che finisce col rendere pervicacemente persistenti luoghi comuni e pregiudizi rispetto a un’età che invece si presenta alquanto differenziata al suo interno. Questo non solo perché l’allungamento dei tempi di vita rende profondamente diversi tra loro l’anziano di settanta anni e quello ultranovantenne ma anche per le differenti possibilità di usufruire di tempi e spazi di vita accoglienti e stimolanti sotto il profilo cognitivo ed emotivo, capaci cioè di contrastare i processi di destrutturazione fisica e mentale attraverso la valorizzazione di quelle capacità di ristrutturazione e di vicarianza che anche la mente di un anziano può sviluppare, se adeguatamente sostenuto emotivamente e intellettualmente attraverso reti di cura che ricollochino l’anziano all’interno di nuclei familiari, parentali, amicali, comunitari. Si tratta allora di ripensare un welfare sociale che non “segmenti” i bisogni – quelli degli anziani, dei bambini, dei genitori che lavorano ecc. – ma li ricomprenda all’interno di un processo di ripensamento globale dell’organizzazione dei nostri spazi e tempi di vita. Scrive Franca Pinto: “La vecchiaia pone temi e problemi che investono questioni di carattere più globale, inerenti alla riscoperta e alla riappropriazione del tempo e dello spazio di vita. Uno spazio urbano e abitativo più articolato, percettivamente stimolante e significativo, fruibile da tutti, “anche” dagli anziani e dai bambini, in cui potersi muovere liberamente e creativamente. Un tempo più flessibile, sottratto ai vincoli di una normatività rigida e di una ragione efficientistica e amministrativa, in cui alternare attività sociali e attività personali, lavoro, studio, tempo libero, all’interno della giornata, della settimana, del mese, degli anni. La vecchiaia, anziché intesa come periodo di inesorabile e tragico declino, va trasformata, alla luce di queste rinnovate interpretazioni, in una stagione umana ricca di fascino e novità” (Frabboni & Pinto, 2009, p. 277).

Anche per gli anziani, la possibilità di imparare a concepire e vivere la vecchiaia come una nuova possibilità esistenziale, non inibita dalle inevitabili perdite fisiche e mentali ma riprogettata proprio a partire da esse, rimane una scommessa pedagogica ineludibile. Si tratta quindi di concretizzare l’utopia pedagogica della permanente educabilità delle persone restituendo a tutti, fino all’ultimo momento della propria esistenza terrena, il diritto/dovere a essere soggetti attivi e responsabili della propria vita, rivendicando la possibilità di continuare ad essere “generativi” – di idee, di saperi, di emozioni, di relazioni, di valori, di progetti – capaci, cioè, di mantenere un ruolo attivo e importante all’interno di contesti sociali capaci di comprendere che gli anziani possono continuare ad essere autentica risorsa di sviluppo, delle persone e dei territori.

 

3. L’età adulta

 

La ridefinizione del “posto” e del “ruolo” di bambini e anziani comporta inevitabilmente – in questo costruttivo e creativo “scombinamento” di centro e periferia dell’esistenza – un ripensamento della tradizionale età di mezzo, abituata ad essere centro in tutti i sensi, con i vantaggi ma anche gli oneri che ne conseguono.

Gli studi che si sono susseguiti, in particolare nel corso degli ultimi decenni, hanno innanzitutto rilevato la multiformità e la molteplicità – per certi versi la contraddittorietà – dell’essere adulto, a partire dalla consapevolezza che la categoria del cambiamento attraversa anche questa età e la modifica internamente, in tal modo costringendola ad affrontare le transizioni –  quelle fisicamente visibili a quelle silenti e mute, spesso indicibili a se stessi e agli altri – ad anticiparle, ad elaborarle e a riprogettarle.

Oggi più che mai, quindi, gli adulti stanno attraversando una crisi profonda, di cui forse non riescono ancora a cogliere le inaspettate potenzialità che sempre rinvengono da periodi di trasformazione profonda: una crisi che, anche nel suo significato etimologico, rinvia alla necessità (che è anche opportunità) di “discernere, valutare” e quindi “scegliere”:

- scegliere di mettere in discussione la centralità del proprio ruolo, rinunciando a supremazie peraltro fortemente incrinate da situazioni oramai persistenti di incertezza, materiale e immateriale;

- scegliere di andare oltre le attribuzioni di significato e le rappresentazioni sociali e mediatiche che inducono gli adulti più ad apparire che ad essere, alla ricerca della convalida della propria immagine piuttosto che della propria identità (Demetrio, 2011);

- scegliere di “rischiare”, confrontandosi dialetticamente e costruttivamente con la sfida del cambiamento che ha messo in crisi alcuni degli elementi identitari della condizione adulta (la stabilità, la maturità, l’equilibrio) ma al contempo offre nuovi spazi di riprogettazione esistenziale, a partire da un modo rinnovato di concepire e vivere i rapporti tra generi e generazioni;

- scegliere di andare oltre quelle rassicuranti certezze che contrassegnavano l’età adulta anche prendendo atto che non esistono più e cogliendo nelle transizioni una forza critico-riflessiva capace di diventare consapevolezza trasformativa (Biasin, 2012) in grado di ridisegnare il proprio “essere nel mondo”, recuperandone heideggerianamente il significato di abitare il mondo nella forma ontologicamente fondata del prendersi cura, come “impronta costitutiva” dell’esistenza stessa dell’uomo e della donna.

 

4. La categoria della cura

 

È a partire dal concetto di cura – dal carattere di relazionalità che lo contraddistingue, nelle molteplici forme dell’aver cura di sé e degli altri - che può essere possibile ridisegnare i contorni delle relazioni tra bambini, adulti e anziani, individuando nella pluralità dei modi dell’aver cura la possibilità stessa di ripensare centro e periferia dell’esistenza come “identiche” e allo stesso “differenti” modalità di abitare la terra. Scrive Mortari: “Come ogni attività umana anche la cura trova la sua specificità nell’intenzione che la guida, e su questo c’è massima convergenza nel definirla un’attività finalizzata a favorire il benessere dell’altro. Per tale ragione sono in molti a ritenere che a caratterizzare il modo di essere di chi è capace di cura è uno spostamento del proprio sguardo e del proprio interesse da sé all’altro” (Mortari, 2011, p. 44).

Dunque, la  cura può diventare quella categoria pedagogica in grado di ritessere la trama delle relazioni intergenerazioni investendo sulla dimensione della reciprocità – dell’essere cioè sia soggetto che oggetto della cura per tutto il tempo della propria vita.  Per superare lo stereotipo secondo cui bambini e anziani sono esclusivamente i soggetti che “ricevono” cura mentre gli adulti sono coloro che la dispensano, occorre coltivare le molteplici fisionomie della cura, che ovviamente vanno ben oltre la mera dimensione materiale (pure importante in alcuni momenti e situazioni di vita) per ricomprendere in sé, appunto, quella tensione verso l’altro, quel desiderio insopprimibile di rendersi utile all’altro: stargli vicino, saperlo ascoltare, fargli compagnia, testimoniargli comprensione, affetto, vicinanza, solidarietà, farlo sentire utile e importante indipendentemente dall’età, dalla condizione fisica, dal ruolo. Vengono in mente alcune tenerissime immagini di bambini che si prendono cura dei nonni e di nonni che “sostengono” i nipotini nella loro crescita ma anche di adulti che trovano, nella comprensione di bambini e di anziani, una ragione per superare problemi, difficoltà, crisi. La vulnerabilità delle persone, indipendentemente dall’età, può trovare nella cura un’occasione di ridefinizione stessa della logica e della pratica delle relazioni tra le differenti generazioni ma anche tra i generi, a partire dalle relazioni all’interno della coppia per allargarsi al nucleo familiare e poi estendersi all’intera comunità sociale.

“Centro” e “periferia” dell’esistenza possono così essere spazi simbolici intercambiabili, reciprocamente dialoganti e non oppositivi tra loro, capaci di cogliere in ogni tempo della vita quelle risorse, quegli elementi di ricchezza da poter offrire agli altri ma nello stesso tempo accogliendo la disponibilità degli altri, in quella reciprocità dell’aver cura ma anche del ricevere cura, di cui tutti possono essere diversamente protagonisti, indipendentemente dall’età.

 

Bibliografia


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