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Dalla periferia al “centro” del mondo: omaggio a Nelson Mandela
di Isabella Loiodice   

Lo scorso 5 dicembre 2013 è venuto a mancare Nelson Mandela, simbolo della lotta contro l’apartheid e per la difesa delle libertà, la tutela dei diritti, l’impegno per la pace e la giustizia sociale, la convinta adesione al dialogo e alla riconciliazione.

La sua figura – di uomo, di politico, di statista – si staglia luminosa nel panorama dei due secoli che egli ha attraversato, segnandoli con la sua personale biografia di uomo che ha saputo combattere e pagare in prima persona, con ventisette anni di prigionia, ma che ha saputo anche utilizzare le “armi” del confronto e del dialogo, per l’affermazione di un sistema democratico nel suo Sudafrica, meritandosi il Premio Nobel per la pace nel 1993, insieme al suo ex rivale, Frederik Willem De Klerk, con il quale aveva gareggiato, e vinto, per la carica a Presidente del Sudafrica.

 

 

 

Madiba, nome che lo legava al suo clan di appartenenza, dell'etnia Xsosa, ha saputo dimostrare al suo popolo e a tutto il mondo che la democrazia e la pace possono essere durature solo se sono il frutto del superamento dell’odio etnico e della prevaricazione di un gruppo sull’altro. Esse, infatti, si reggono sulla capacità – difficile, onerosa, impegnativa - di accettare le ragioni degli altri e di perseguire una politica di pace e di riconciliazione piuttosto che di contrapposizione e di scontro, testimoniando con la sua stile di vita, le sue idee e le sue parole come sia possibile sconfiggere i “mostri” del razzismo, dell’odio etnico, della supremazia di un uomo su un altro uomo in nome di una presunta superiorità dovuta al colore della pelle, al ceto sociale, al credo religioso, all’appartenenza culturale.

Inevitabilmente, e legittimamente, il suo nome può essere correlato ad altri simboli della libertà, dell’uguaglianza e della pace nel Novecento, come Martin Luther King e Gandhi: così ha fatto il presidente Obama nel suo discorso di commiato da Madiba, sottolineando la potenza delle idee rispetto a quella delle armi, poiché solo la prima può assicurare la propria libertà senza negare, e anzi accentuando, la libertà altrui, come lo stesso Mandela ha ribadito in alcuni suoi discorsi.

Leggendo i numerosi articoli scritti su di lui ma anche ricercando le frasi più significative e le azioni più importanti della sua lunga vita, ho ritrovato - non a caso - molti riferimenti all’importanza dell’educazione e dell’istruzione, “le armi più potenti che si possano usare per cambiare il mondo”. E, ancora: “l'educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all'educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione. Non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo è ciò che distingue una persona dall'altra”.

Ritrovo in queste parole di Mandela l’eco delle riflessioni che negli ultimi anni intellettuali e studiosi di fama internazionale stanno elaborando, a conferma del ruolo potente e straordinario che l’educazione è in grado di svolgere rispetto alla costruzione di persone in grado di esercitare concretamente i loro diritti di cittadinanza: penso a Martha Nussbaum e al suo contributo a rivedere il concetto di “sviluppo” di una nazione, individuandolo non nel suo prodotto interno lordo ma nella possibilità concreta di garantire ai suoi cittadini – a tutti i suoi cittadini – di “poter essere e fare ciò che si vuole e si è capaci di essere e di fare”.

Credo che Mandela abbia insegnato molto non solo al suo paese e al continente africano ma anche a tutti noi, cittadini di un’Europa che appare oggi disorientata e che invece ha bisogno di recuperare le ragioni del suo essere “casa comune”, ritrovandole nell’impegno al dialogo, al confronto libero e dialettico ma sempre costruttivo.

Concludo con le parole straordinariamente attuali tratte dalla Carta della libertà, il documento redatto nell’assemblea popolare del South African Congress Alliance del 1955, all’interno della quale Mandela svolse un ruolo molto importante nella definizione dei principi basilari della causa anti apartheid:

 

Noi, il popolo del Sudafrica, dichiariamo, perché l’intera nazione ed il mondo sappiano:

che il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri, e che nessun governo può a giusto titolo vantare alcuna autorità se questa non si basa sulla volontà di tutto il popolo;

che il nostro popolo è stato defraudato del diritto, acquisito per nascita, alla terra, alla libertà ed alla pace da una forma di governo basata sull’ingiustizia e l’ineguaglianza;

che il nostro Paese non sarà mai prospero né libero finché tutta la nostra gente non vivrà nel segno della fratellanza, non godrà degli stessi diritti e di pari opportunità;

che soltanto uno Stato democratico, fondato sulla volontà dell’intera popolazione, può garantire a tutti il rispetto dei diritti di nascita senza alcuna distinzione di colore, razza, sesso o credo;

(…)

Le porte dell’apprendimento e della cultura saranno aperte!

Lo Stato dovrà scoprire, sviluppare e incoraggiare l’espressione del talento nazionale ai fini della valorizzazione della nostra vita culturale;

tutti i tesori culturali dell’umanità saranno accessibili a tutti, con il libero scambio di testi, di idee e contatti con altre terre;

lLo scopo dell’istruzione sarà quello di insegnare ai giovani ad amare la propria gente e la propria cultura, ad onorare la fratellanza umana, la libertà e la pace.