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Alla periferia del patriarcato. Le nuove frontiere del femminismo post-patriarcale
di Irene Strazzeri   
DOI: 10.12897/01.00016

 

La transizione verso il post-patraircato è ancora in corso ed è colma di incognite, per questo occorre comprendere il trapasso che stiamo attraversando. Essa annovera al suo interno le mutazioni del capitalismo globalizzato e la crisi dello stato sociale, il declino dell’autorità politica maschile e la libertà femminile. L’articolo proporne di indossare le lenti giuste, cogliendo i sintomi, i passaggi, le discontinuità e le sfide principali poste in essere dalla mutazione postpatriarcale. Se non si affronteranno le difficoltà interpretative di un’analisi che stenta a decollare e non si metteranno a fuoco nuovi paradigmi socio-pedagocici in grado di cogliere le discontinuità rispetto al passato, si estenderanno le periferie sociali e simboliche di un centro ormai in declino.

 

 

Post-patriarchy is still on going and it is full of questions. So we need to understand the transition we are going through. It includes globalized capitalism mutation’s and the crisis of Welfare State on one side, decline of political male authority and female freedom on another. The article propose to wear right lenses, capturing symptoms, steps, discontinuities and challenges undertaken by post-patriarchal mutation. Without addressing interpretative difficulties to an analysis able to adopt new socio-pedagogical paradigms breaking with the past, we will extend periphery of a center now in decline.

 

1. La rappresentazione politica del post-patriarcato

 

Il termine post-patriarcato vorrebbe descrivere un cambiamento di fondo nell’antropologia umana delle relazioni fra i sessi. Dietro di esso si nasconde una complessa metamorfosi, generata dalla combinazione disposta di una serie di processi che hanno investito la modernità, sfociando nella ipermodernità o nella cosiddetta “vita liquida” (Bauman, 2006). Nella società liquefatta e ipermoderna di oggi, infatti, si sono via via dissolte tutte le principali strutture sociali consolidate, ma anche le strutture concettuali e pratiche, l’assetto di potere, il sistema di rappresentazione che legittimava l’ordine simbolico patriarcale, prima dominante. Il dibattito ancora in corso nelle stesse scienze sociali (Habermas, 1987), testimonia ormai da un ventennio, per lo meno dalla pubblicazione de “La condizione post-moderna” di Lyotard (Lyotard, 1991), di questa progressiva dissoluzione concettuale e strutturale simbolizzata da tesi quali la fine della storia (Fukuyama, 1992), la fine delle ideologie o delle grandi narrazioni, la fine del soggetto (Foucault, 1992), intendendo con esso il mito dell’uomo medio maschio bianco occidentale (Spivak, 2004). Indicare la fine di quelli che erano stati i capisaldi del progetto sociale e culturale moderno ha autorizzato i più, a torto o a ragione, a indicare il superamento della modernità in una condizione postmoderna o in una modernizzazione riflessiva (Beck, Giddens, Lash, 1999), la quale comunque indicherebbe una radicalizzazione delle condizioni critiche della modernità, quali l’alienazione umana (Honneth, 2007), l’aumento delle disuguaglianze (Gallino, 2013), lo sfruttamento lavorativo (Rifkin, 2005).

La stessa precarietà, quale effetto economico della globalizzazione, che investe il mercato del lavoro, deriva, secondo alcune studiose, dal collasso dell’ordine sociale tradizionale, di cui il patriarcato è stato parte costitutiva e fondante (Morini, 2010). Non v’è dubbio, inoltre, che i grandi movimenti novecenteschi di emancipazione femminile e la configgente stagione femminista apertasi dalla fine degli anni sessanta in poi del secolo scorso, abbiano svolto un ruolo fondamentale in questa epocale trasformazione. Un ruolo che ha avuto, come ovvio, ricadute e intrecci diversi a seconda dei contesti, dei Paesi, delle condizioni socioeconomiche, politiche e culturali in cui si esercitava. Ad ogni modo il post patriarcato costituisce un vero e proprio cambio di mondo (Deiana, 2012), rispetto al quale le risorse intellettuali e politiche per comprenderlo sono assai scarse o inadeguate. La natura di un simile cambiamento è complicata e contraddittoria. Come in tutte le vicende umane sono presenti numerose ambiguità, compresa una visione stereotipizzata della libertà femminile.

Poiché quel cambio di passo non è avvenuto nel vuoto, o in separazione dal resto, ma nell’incontro tra esistenze e desideri individuali e complicati passaggi storici, è opportuno cercare di delineare, se pur provvisoriamente e in maniera affatto esaustiva, alcune caratteristiche del post patriarcato.

La prima è che esso proprio nelle rotture dal passato riproduce delle risacche e condensa i depositi di un comportamento umano di tipo patriarcale. Ciò accade per diverse ragioni, la più significativa delle quali potrebbe essere l’incapacità, spesso emblematica, da parte della maggior parte delle culture politiche progressiste italiane ed europee di riconoscere nel femminismo un’occasione per sgomberare il campo da una serie di retaggi, ritardi ed empasse riferibili ad una visione dei rapporti tra i sessi da prima modernità (Bordoni, 2012).

Proprio per questo il post-patriarcato si ritrova ad essere densamente abitato da patriarcalismi di ritorno, da figurazioni neopatriarcali, frutto delle contraddizioni tipiche di questa complessa fase di transizione. La seconda caratteristica, infatti, è frutto più della fragilità e della crisi del simbolico maschile, che della sua forza. Si tratta di forme galleggianti di relazione tra uomini e donne, di rischi ricorrenti di operazioni restaurative, ben rappresentate dai ciclici dibattiti sulla normativa relativa al diritto di interruzione di gravidanza (Legge 22 Maggio 1978 n. 194 NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA' E SULL'INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA). La terza ed ultima caratteristica che si potrebbe indicare è il carattere performativo e perdurante di un esercizio di dominio sul corpo delle donne, che si esprime, nonostante le mutate circostanze storico-sociali, “come se” il patriarcato godesse ancora di ottima salute.

Già a partire dal VI secolo a.C. Pitagora scriveva “c’è un principio buono, che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo. E un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre e le donne” (Pitagora, VI sec. a.e.c.). Sin dalle origini, dunque, il patriarcato si è presentato come radicato in una serie di contrapposizioni epistemologiche tra principi antitetici: maschile/femminile, cultura/natura, umanità/animalità. Anche dal punto di vista politico l’ordine simbolico patriarcale si presenta come fondato su una serie di polarizzazioni: agorà piuttosto che focolare domestico, sfera pubblica in alternativa a sfera privata. L’insieme di queste contrapposizioni contribuisce a mettere in scena una rappresentazione sociale in cui la parte maschile predomina su quella femminile. Il patriarcato, insomma, è stato ed è un ordine simbolico performativo, un sistema di senso e di potere fondato su una precisa gerarchia tra i sessi: “non è il fallo (o la sua assenza) a costituire il fondamento di questa visione del mondo [androcentrica n.d.r.], è piuttosto questa visione del mondo che […] può istituire il fallo, eretto a simbolo della virilità, del punto d’onore […] e la differenza tra i corpi biologici a fondamenti oggettivi della differenza tra i sessi" (Bourdieu, 1999, p. 125). L’opposizione tra maschile e femminile diviene necessità oggettiva e soggettiva nel momento in cui si va ad inserire in un sistema di opposizioni omologhe (alto/basso, sopra/sotto ecc…), nelle quali si immergono i corpi. Questi schemi di pensiero registrano come differenze di natura scarti e tratti distintivi che essi stessi contribuiscono a far esistere, “naturalizzandoli” attraverso la loro inscrizione in un sistema di differenze che appaiono naturali. In questo senso, l’ordine sociale assume le sembianze di una macchina simbolica che serve a ratificare il dominio maschile sul quale si fonda. Infatti esso produce simboli che riproducono e confermano, con atti di legittimazione, il suo principio fondatore: il dominio maschile. Dunque secondo Bourdieu la costanza trans-storica del rapporto di dominio maschile non è l’effetto solamente di una nominazione verbale, e dunque non è abrogabile con un semplice atto di cancellazione performativa, (un atto volontario di abdicazione). Solo un’azione politica che prenda coscientemente in considerazione tutti gli effetti del dominio, che si perpetuano attraverso la complicità delle strutture incorporate con le strutture delle grandi istituzioni, le quali contribuiscono a riprodurre tutto l’ordine sociale, potrà contribuire a far decadere progressivamente questa forma di dominio.

 

Da questa angolazione ciò che definisco patriarcalismo non è che la modalità residuale di quell’ordine, la manifestazione periferica di un collasso. Un ordine che ieri forniva certezze al genere maschile, mentre oggi lo lascia in vuoto pneumatico, creando il disagio del vuoto, della non corrispondenza.

Nella rappresentazione sociale del patriarcato agiscono idee, principi e fatti che ristrutturano e aggiornano continuamente le idee. Si pensi, a titolo esemplificativo, alla profonda impronta maschile impressa nella storia della filosofia dal fallogocentrismo (Irigaray, 1974), dall’epoca antica del patriarcato dei padri al patriarcato dei fratelli in epoca moderna, fino alla fase attuale, quella periferica, dell’erosione di ogni centralità.

Nella fase attuale lo sgretolamento dell’ordine preesistente invade la scena, lasciando sul terreno detriti ingombranti, pericolosi, talvolta indecifrabili, ma capaci al contempo di indicare che l’impalcatura patriarcale non regge più. Lo stesso termine patriarcato, d’altronde, sta a significare il nutrimento, essendo composto dalla radice indoeuropea padre- nutrimento appunto, e dall’«arché», che incarna il principio, il comando, il potere. Dunque il termine è di per sé performativo, dice e costruisce il mondo allo stesso tempo. Di qui la pregnanza di un esercizio del proprio dominio anzitutto sul corpo femminile. Il corpo femminile, infatti, esprime e rappresenta la capacità generativa. L’espressione di tale capacità è stata sempre considerata perturbante e misteriosa, al punto che l’assetto sociale e culturale patriarcale ha fatto corrispondere ad essa un ordine simbolico incentrato sull’autorità maschile (Friedan, 1964). Il cognome, che si acquisisce per nascita, sancisce l’autorizzazione simbolica a procedere nella vita sociale. L’eccezioni femminili, com’è noto e documentato, sono state possibili esclusivamente per “protezione” di qualche maschio potente oppure perché nelle maglie di una crisi sociale qualche donna ha saputo cogliere audacemente l’occasione per inerpicarsi in sentieri non previsti dall’ordine dei padri (MacKinnon, 2006).

In epoca moderna, definita del patriarcato dei fratelli, inaugurata dalla grande stagione rivoluzionaria in Francia, ciò che qualificava la libertà di tutti gli esseri umani era appunto l’uguaglianza e la fratellanza (De Gouges, 2012). Il patriarcato dei fratelli, tuttavia, ha ricacciato indietro le donne rispetto all’orizzonte di libertà nuovamente dispiegato. Basti ricordare il destino di Olympe di Gouges, condannata al patibolo su ordine dei rivoluzionari, per aver preteso eguali diritti ed eguali doveri per le donne e per gli uomini.

La cittadinanza occidentale moderna, insomma, soffre di un forte deficit costituito dalla minorità giuridica impressa alle donne e risente di una visione delle donne in quanto soggette svantaggiate e da tutelare, secondo le formule paternalistiche dello stato assistenziale (Moulier Boutang, 2002). Diventa, quindi, più chiaro come l’effetto combinato della progressiva emancipazione femminile con la lenta quanto inesorabile destrutturazione degli elementi portanti del progetto politico culturale e sociale moderno abbia incrinato le radici stesse del patriarcato, quale ordine simbolico o narrazione legittimante sia nella sua versione antica che nella sua versione moderna - sebbene vi siano tuttora forme vigorose, brutali e vitali di patriarcato in svariate parti del mondo, dove però non è impossibile rintracciate forme altrettanto vitali di conflittualità aperte da parte femminile.

La stessa istituzione ecclesiastica, la chiesa, registra una profonda crisi dell’ordine maschile e del verbo maschile. I segnali anche in questo caso sono molteplici e si fanno eco l’uno con l’altro, spiazzano, aprono nuovi scenari nelle relazioni tra i sessi e sono tali da configurare più che la crisi l’avvenuto passaggio ad un epoca di transizione, definibile post-patriarcato per molti versi indecifrabile. Un’epoca, peraltro, contrassegnata dalla generale crisi della contemporaneità: economico-sociale, politico-culturale, di senso. L’implosione dell’ordine maschile costituisce chiaramente un versante fondamentale di accelerazione di tutti questi aspetti. Il post-patriarcato non è un periodo già compiuto, non esistono cesure nette. Esso come ogni rivoluzione politica convive con dei retaggi, che possono essere animanti da nuovi intendimenti della realtà. La difficile fase di transizione è specchio di una serie di esiti storici e manifestazione della crisi del moderno. La transizione post-patriarcale ricomprende al suo interno le mutazioni del capitalismo globalizzato, la fine dello stato sociale e della coesione che lo assicurava, il declino dell’autorità politica del maschile. È specchio, si diceva, ma è anche interfaccia del disagio maschile e del disagio che ne deriva (Ciccone, 2009). Proprio perché il primato maschile rimane mero esercizio di potere, privo di legittimità, esso assume le sembianze di pura manifestazione narcisistica e reiterazione di dispositivi ingessati di identificazione. La crisi patriarcale è soprattutto assenza di rapporto con l’alterità, poiché stenta a subentrare un nuovo ordine simbolico. Lo stesso “femminicidio” non risulta suffragato dalla legittimazione di un ordine esteriore, diventando esso stesso un elemento che esprime la crisi del patriarcato (Spinelli, 2008).

Il potere per lo più storicamente incarnato da uomini nelle coorti, nelle tribù, nei regni, negli imperi ma anche nei tribunali, negli Stati Maggiori e nelle istituzioni riusciva quantomeno ad essere ieratico, sacerdotale, taumaturgico. Era comunque un potere capace di generare ordine logico, stabilire gerarchie, scale di valori, regolazione sociale ed autorità. Tutto questo ora non c’è più, o si stenta a vederlo. La transizione in corso è colma di incognite, per questo occorre comprendere il trapasso che stiamo attraversando, senza cedere a semplificazioni. In questa fase, infatti, siamo anche circondati da immagini e scenari rassicuranti: quote, parità, giovani donne accanto a uomini di prestigio. Come se si volesse sostituire plasticamente, ritoccandola, l’immagine di quell’autorità in frantumi. Il trucco, però, diviene presto evidente, regge il tempo virtuale di un talk show. Nonostante tutto resta l’asimmetria della rappresentazione, spesso odiosa. È doveroso, quindi, domandarsi, a conclusione di queste considerazioni introduttive, se basti la parola femminile a denunciare che il re è nudo. È certo, infatti, che le donne possano individuare, conoscere e contrastare tutta una serie di patriarcalismi all’opera. Ma resta veritiera la constatazione che un potere, se pur indebolito e al collasso, è pur sempre potere ed un esercizio di potere. Sebbene attraversato da un profonda crisi, il potere patriarcale rimane ancora un potere, che in tutti campi mostra le crepe della sua postura “post”, di cui bisogna prendere atto con coraggio, in una fase di transizione ancora in atto. Certamente la direzione del cambiamento dipenderà dalle donne, ma anche da una maggiore consapevolezza da parte degli uomini (Touraine, 2007).

 

2. Post-patriarcato: rappresentanza o auto-rappresentazione?

 

Negli ultimi anni in Italia la presa di consapevolezza maschile è stata fortemente ritardata dallo stabilizzarsi di un nesso tra sesso, potere e denaro fortemente degradante per la vita pubblica. Al cuore della vicenda del berlusconismo italiano, ampiamente indagato in quanto uso privato delle istituzioni e come forma di asservimento dell’informazione (Ginsborg, Asquer 2013), si pone il tema della sessualità maschile, viceversa trascurato, in particolare il rapporto che gli uomini di potere hanno con le donne. Ne l’harem politico affollato di corpi seducenti e rifatti di donne, la messa in scena corrisponde esattamente a quella di una virilità come protesi del mito di un capo. Alla messa in scena hanno preso parte anche delle donne, purtroppo. Ma ciò è realmente sintomo di un ritorno al passato? Di un ritorno, soprattutto, ai ruoli tradizionali?

Questo secondo interrogativo dovrebbe servire da commento all’interpretazione emblematica che il berlusconismo ha dato del post patriarcato. L’intera vicenda politica mostra in tutta evidenza la crisi della sessualità maschile come crisi non solo di prestazione, ma di desiderio e capacità di relazione. La crisi di un potere usato con le donne, ormai privo di autorità, nudo come la virilità tradizionale che tenta d ripristinare se stesso contro la destabilizzazione dei ruoli prodotta dal femminismo (Dominijanni, 2001). Quanto alle donne coinvolte, c’è da chiedersi se fossero davvero tutte accomunate dalla plastificazione dei corpi o se non vi sia, piuttosto, uno scarto tra la “fiction” femminile allestita dal regime televisivo e la vita e i desideri delle donne reali. Certamente la fiction ha ricadute sulla realtà, colonizza l’immaginario e la coscienza. Tuttavia uno scarto resta e smuove la realtà, a patto di saper leggere la rilevanza politica di alcune gesti (si pensi per esempio al coraggio di denuncia del «ciarpame politico» da parte di Veronica Lario). Dunque spetta alla società tutta leggere lo scarto e inforcare le lenti giuste, cogliendo la pedagogia nella resistenza che la politica e l’informazione non vedono.

Nel Berlusconismo lo scambio sesso-potere è stato molto evidente, è necessario però rilevare il carattere sessuato del rapporto tra premier imprenditore televisivo e veline parlamentari,

come fossero speculari. L’equazione stabilita nel post-patriarcato ha opposto il gradimento maschile dell’audience al rispetto delle regole democratiche. Possiamo quindi concludere che nella singolare vicenda politica italiana si è smarrito il confine tra pubblico e privato con forti ricadute moralistiche sul terreno della libertà femminile. I rapporti tra i sessi sono il cuore della politica post-patriarcale e creano un forte disordine nel sistema di potere. Occorre pertanto una forte presa di parola pubblica sulla questione sia da parte femminile che da parte maschile.

 

3. Post-patriarcato: il paesaggio storico sociale

 

Da quanto sin qui espresso emerge chiaramente che il post-patriarcato non si presenta come se fosse una nuova epoca, non essendosi ancora conclusa quella che lo precede. Possiamo, tuttavia, percepire i sintomi del suo declino come ordine sia sociale sia simbolico. Sono i sintomi di un’agonia. Con agonia si intende di solito lo stato che precede la fine della vita di un essere vivente, organicamente è il momento dell’indebolirsi delle funzioni vitali prima della morte di un individuo. In senso simbolico indica l’angoscia dovuta alla sensazione di trovarsi in una condizione prossima alla fine. In conclusione questa analisi vorrebbe fornire il ritratto di una società post-patriarcale, riunendo i tasselli e ricomponendo il mosaico della profonda mutazione antropologica e sociale in cui ci troviamo. Non può certamente trattarsi di un ritratto esaustivo, voler descrivere la mutazione in corso è come voler intraprendere una riflessione sapendo che resterà incompiuta. Si è pensato di avviare le conclusioni su una semplice constatazione: il patriarcato in quanto fonte di legittimazione dell’ordine sociale, politico e sessuale è in via di esaurimento. Oggi è impossibile argomentare razionalmente e pubblicamente la superiorità del maschile sul femminile, ad esempio, senza andare incontro a clamorose smentite. Altrettanto difficile sarebbe avallare il maschile come sistema universale di rappresentazione e rappresentanza della società, come si è visto per lo meno nelle società occidentali. Queste semplici constatazioni di base ci inducono a disarticolare la riflessione conclusiva che ora si propone in quattro parti. Ognuna di esse vorrebbe rendere riconoscibile quanto si va confermando e rispecchiare il percorso che ha portato a determinate conclusioni.

Alla elencazione dei sintomi, dei passaggi, delle discontinuità e delle sfide che compongono gli ingredienti essenziali della rappresentazione storico sociale del post-patriarcato sono infatti dedicate le ultime riflessioni. Per cogliere in presenza la mutazione postpatriarcale crediamo, infatti, sia necessario riconoscerne in primo luogo i sintomi. Il termine sintomo deriva dal greco σύμπτωμα, vuol dire evenienza,  circostanza; a sua volta esso deriva da συμπιπτω: cadere con, cadere assieme. L’etimologia suggerisce, dunque, che il sintomo non vada colto come fenomeno in sé, ma come l'effetto finale, non standardizzato, della convergenza di molteplici azioni e reazioni.

Nel caso di un corpo indicherebbe l’alterazione della normale sensazione di sé in relazione ad uno stato patologico. Il sintomo si differenzia da un segnale, poiché non è il riscontro diretto di una patologia. Trattandosi di una trasformazione ancora in corso, come si è detto ormai più volte, appare opportuno utilizzare la metafora dei sintomi per titolare una serie di cambiamenti chiaramente percepibili come patologie del nostro tempo: prima fra tutte la crisi economico sociale. La sensazione prodotta dalla crisi del capitalismo finanziario è che sia aperta una frattura, uno spazio di interruzione, capace di rendere tutte le cose prima ritenute impossibili, ora possibili. La nostra società è stata investita da importanti trasformazioni che interessano tutti gli aspetti della vita sociale e collettiva: la sfera produttiva, le istituzioni pubbliche, la vita quotidiana ed in generale i rapporti tra lo Stato, il mercato e la famiglia, i quali a differenza del precedente ordine sociale, sono diventati molto più interdipendenti. Il modo in cui avviene la loro reciproca regolazione ha ovviamente conseguenze molto significative sul sistema di Welfare. Nella sfera riproduttiva, in particolare, il confine tra pubblico e privato sembra assottigliarsi sempre più sia a livello personale che sociale, gli attuali modelli di protezione sociale e di riduzione dello svantaggio, ad esempio, sembrano essere ormai superati da nuovi bisogni, sempre più differenziati, derivanti dalla condizione di crescita economica in continua recessione. Il divenire finanziario del sistema capitalistico, che ha generato l’attuale crisi socio-economica e politica, sottintende inevitabilmente “la crisi delle crisi”, quella appunto del patriarcato. I diversi aggettivi che connotano la società attuale (tardo-capitalista, post-moderna, complessa, riflessiva) stanno proprio ad indicare le difficoltà interpretative di un’analisi che stenta a decollare e a mettere a fuoco paradigmi in grado di cogliere le discontinuità rispetto al passato. Fra tutti gli ambiti quello maggiormente segnato dalla discontinuità con il passato sembra proprio essere la condizione femminile. In relazione ad essa, si assiste a ciò che si è stata definita fine del lavoro ed estensione all’attività di cura. Con ciò si vorrebbe indicare il passaggio dal riconoscimento sociale al solo lavoro produttivo alla visibilità di altre attività umane, come appunto la cura, contrassegnate per eccellenza non dalla finalità del profitto ma dall’esigenza di soddisfare bisogni vitali (Fraser, 2011). Un altro aspetto che riferisce dei cambiamenti nella condizione femminile è poi costituito dalla doppia presenza, ossia dalla doppia inclusione delle donne nell’attività domestica non retribuita e nell’ambito lavorativo (Balbo, 1978). La doppia presenza testimonia appunto dell’inscindibilità della sfera riproduttiva da quella produttiva nella vita sociale. La perdita di sicurezza e continuità nella biografia lavorativa dei soggetti (Bauman, 1999), il carattere liquido delle relazioni interpersonali hanno poi generato un sensibile mutamento nei processi di socializzazione (Saraceno, Piccone Stella 1996). Tutte queste circostanze ci inducono a riflettere sul significato di svantaggio sociale, in un mondo in cui la limitazione delle possibilità non deriva più esclusivamente dal genere di appartenenza ma dal genere combinato al reddito, all’etnia, alla religione, etc. Cosa significa? Significa che lo svantaggio che colpisce la condizione femminile e le forme di discriminazione che colpiscono le donne non sono più interpretabili secondo l’ordine sociale e simbolico patriarcale, ma secondo la prospettiva della intersezionalità: il massiccio inserimento delle donne nel mercato del lavoro, la crescita complessiva nei livelli di istruzione delle donne, la femminilizzazione delle professioni considerate tipicamente maschili, la femminilizzazione dei percorsi universitari, l’omologazione delle scelte formative tra i sessi.

Tutto ciò non significa che siano stati abbattuti tutti i vincoli che il patriarcato imponeva, ma sicuramente le identità maschili e femminili sono profondamente cambiate sotto il profilo dell’esperienza, degli stilo di vita e dei riferimenti valoriali. Il paesaggio sociale è profondamente mutato, ossia, poiché non fa più pensare ad evidenti discriminazioni o a normative inique nei confronti delle donne, ma a ritardi gravosi nell’applicazione delle normative paritarie e rispetto alla configurazione in divenire di una società post-patriarcale.

Ripercorriamo, quindi, i tratti salienti della società post-patriarcale: al primo posto si colloca “l’evento della libertà femminile”, intesa come indebolimento del controllo sul corpo femminile, dovuta allo sviluppo economico e scientifico, alla rottura della dipendenza materiale dagli uomini e alla legalizzazione dell’aborto e dal miglioramento delle tecniche contraccettive, ma soprattutto alla forte consapevolezza della soggettività politica delle donne maturata nei movimenti femministi. In secondo luogo e, conseguentemente, spicca l’esaurirsi dell’ordine simbolico patriarcale come datore di identità: il dominio offre identità non solo a chi lo esercita ma anche a chi lo subisce e molta servitù si perpetua per bisogno di identità. Questo secondo tratto del post-patriarcato trova testimonianza, più o meno diretta, nella visibilità pubblica acquisita dalle rivendicazioni LGBT. La crisi dell’identità maschile, peraltro, contrariamente al sensazionalismo mediatico legato alla violenza contro le donne, si evince proprio dalla violenza maschile contro le donne che trova spiegazione nel senso di inadeguatezza degli uomini. Fenomeni sociali di questo genere sono attualmente alla base della nascita di nuovi movimenti maschili di autocoscienza, che tematizzano la violenza contro le donne come problema maschile (Ciccone, 2009) e che fanno della libertà femminile una straordinaria occasione di fuoriuscita dagli schemi oppressivi del machismo e della virilità (Bellassai, 2011). Un altro tratto saliente è costituito dalla degenerazione della democrazia rappresentativa, un fatto contestuale allo sgretolamento dei legami sociali. Tutto ciò è ampiamente confermato dall’uso ideologico e strumentale della differenza sessuale da parte del potere costituito, un uso strumentale definibile sessismo democratico (Simone, 2012).

Il sessismo democratico più che un tema è la proposta di un cambio di paradigma. È un'espressione che ricolloca nel contemporaneo la posizione delle donne, i rischi derivanti dalla strumentalizzazione delle politiche di genere da parte del neoliberismo e i conflitti che ne derivano. I “riti di passaggio” si possono inoltre raggruppare in un secondo insieme di mutazioni, distinguibili dai sintomi, per via del loro non essere perfettamente decodificabili come espressione del declino del patriarcato. In particolare non sembrano essere ancora del tutto chiare le loro ricadute in termini politici e sociali, o quanto meno, non quanto quelle simboliche.

Il riferimento è alla cosiddetta femminilizzazione della società e alle sue conseguenze sul mercato del lavoro (Morini, 2010), alla politicizzazione delle donne migranti (Tognetti Bordogna, 2012) e al complementare disvelamento di un patriarcalismo tipico del femminismo occidentale, come la critica postcoloniale cerca di denunciare da tempo (Spivak, 2004), alla crisi stessa dell’ordine patriarcale come datore di identità e, inevitabilmente, al “disordine” simbolico che ne deriva.

Di segno ancora diverso, rispetto ai sintomi e ai passaggi, sono poi le discontinuità, l’intensificarsi delle fratture, che vanno raggruppate con l’intenzione di indicare che alcuni dei cambiamenti prodotti dallo stato di agonia in cui versa il patriarcato non sono affatto percepiti come tali. Semplicemente non sono letti come pertinenti o, addirittura, sono declassati nell’anomalia e nella devianza. Sono relegati nella periferia del pensiero, tenuti ai margini del regime discorsivo imposto dal potere. Ci si riferisce, in questo modo, alla precarietà intesa come smaterializzazione del lavoro, soprattutto quello salariato, dovuta alla finanziarizzazione dell’economia (Rifkin, 2005).

Il processo di finanziarizzazione dell’economia, com’è noto, ha profondamente ristrutturato la divisione del lavoro nelle nostre società, ha toccato tanto la sfera della produzione tanto quella della riproduzione, facendo sgretolare l’ordine di genere su cui si fondava il capitalismo e rendendo inservibile lo stesso concetto di genere (Butler, 2004). La risonanza sempre più significativa del dibattito pubblico delle rivendicazioni LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali) e il tentativo di revoca dello statuto epistemologico della stesso codice binario della sessualità sono oggi l’impensato, l’inimmaginabile, l’inedito, il non previsto e non prefigurato dalla società patriarcale (Meneo, 2011). Molto eloquenti sono i rapporti e le criticità che queste istanze rivolgono al femminismo, ossia a quel movimento che da sempre ha incarnato la contraddizione con il patriarcato, che ne ha decretato la fine e che costituisce la sua messa in discussione perenne. Ogni discorso incompiuto, infine, non può che contenere delle sfide. A mio avviso sono tutte sfide aperte, l’esito delle quali dipenderà dalle potenzialità generative dei conflitti che il femminismo saprà interpretare sul crepuscolo del mondo patriarcale: la fine della parità, la radicalità della differenza sessuale, l’essenzialismo strategico, la messa al mondo del mondo, insomma, sul finire del patriarcato.

Non si tratta di sfide semplici di per sé, come si può constatare. Sono, peraltro, rese ancor più complesse dall’impossibilità di pervenire ad una definizione certa di post-patriarcato. In questa sede ci si è limitati alla descrizione del paesaggio sociale, che fa da sfondo alla transizione epocale, trovando fin’ora impossibile fissare una definizione ma sentendosi comunque certi di ciò che sta accadendo.

Come mai, si domanderà, se quel che si descrive è vero, un cambiamento così non lo percepiscono in molti? Perché non è evidente per tutti? Probabilmente la ragione risiede nel fatto che, per essere visto, dev’essere considerato come qualcosa che va oltre il semplice cambiamento culturale. Il problema, difatti, è capire come sia possibile la persistenza di un modello di rappresentazione sociale che non prevede  risposte adeguate al generale riconoscimento dell’alterità, ad una generale assenza di rapporto con l’alterità. Se i sistemi di welfare non dovessero aggiornare le loro agende alle mutate condizioni sociali, accettando la complessità dei cambiamenti in corso –la transizione verso una società post-patriarcale e la femminilizzazione della società- e riformare i propri strumenti di lotta al misconoscimento dell’alterità, rischieremo di accrescere le periferie di un centro ormai disabitato. Pochi indirizzi per tracciare alcune direzioni pratiche: l’istituzione di centri per uomini maltrattanti, e non solo per donne vittime di violenza; la costituzionalizzazione dei diritti civili e le sanzioni contro l’omofobia; gli incentivi alla paternità e il sostegno alle madri sole; l’universalizzazione della parità nella cura. Questi non sono che esempi. Se il welfare non aggiornerà i suoi criteri di intervento e lascerà immutati i suoi schemi interpretativi di fronte ad un mondo che cambia finiremo per consolidare le dipendenze, incrementare le disuguaglianze e dilatare le periferie. Forse finiremo persino a giustificare l’avvento di un neo-patriarcato.

 

Bibliografia

 

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