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Periferie educative in un inedito modello di urbanizzazione a forte integrazione sociale
di Marina De Nicolò   
DOI: 10.12897/01.00015

La società attuale, segnata da un sistema individualista e utilitarista, alimenta quella  visione  distorta della vecchiaia  che esprime  atteggiamenti negazionisti, esplicitati in forme mascherate, attraverso  strutture di emarginazione  o  di occultamento. Nella fase terminale della vita, l’anziano manifesta una dimensione di precarietà e limitazione delle proprie prestazioni psico-fisiche, accompagnata da processi di destrutturazione spazio temporale, che evidenziano l’assenza di ogni capacità  progettuale. Il “cohousing” dà origine ad un inedito sistema di vita sociale, in cui anche  l’anziano riesce  ritrovare quel ruolo e quella funzione che la società, ormai, gli ha negato e  sottratto.

 

The present society, marked by an individualistic and utilitarian system, feeds a distorted vision of old age that expresses deniers attitudes, explained in disguised forms, through structures of marginalization or concealment. In the terminal phase of life, the elderly manifests a dimension of uncertainty and limitation of their mental and physical performance, accompanied by processes of deconstruction space-time, which highlight the absence of any design skills. Trough "cohousing" even the elderly can regain their role and function denied by capitalist society.

 

1. Il processo di marginalizzazione della tarda età

 

L’ambiguità nel definire la fase terminale dell’esistenza umana, oggi vista come non più terza, ma quarta età, per via del prolungamento del corso della vita, deriva dalla problematicità conseguente alla necessaria riorganizzazione del sistema sociale, a ridosso dell’avanzare della società industriale e post industriale (Sansone, 2000).

Nella società postmoderna non si è ancora ricomposto quel contrasto interpretativo che oscilla tra due contrapposte immagini della vecchiaia: “età della saggezza”, da elargire e dispensare, o “età del decadimento”, da nascondere e occultare. L’anziano, secondo un modello “gerontocentrico”, è stato a lungo percepito come il “saggio”, il “mentore”, colui che detiene un ruolo essenziale nella comunità, quale testimone di saperi esperienziali e culturali da conservare e trasmettere, al fine di orientare le future generazioni.

Nelle realtà più arcaiche, nei contesti rurali, nei piccoli centri periferici, le interazioni generazionali venivano elaborate, infatti, all’interno di una posizione gerarchica, fondata su un sistema di riconoscimenti sulla base delle esperienze, dei vissuti e dei saperi pregressi a cui attribuire valenza e peso inestimabile.

In contrapposizione a tale approccio, la società industriale, all’interno delle aree metropolitane confinanti con i poli industriali e manifatturieri, imponendo schemi di vita e di lavoro funzionali al sistema economico produttivo da sostenere ed alimentare, ha valorizzato il modello “adultocentrico”, di stampo economicistico, che riconosce valore solo all’adulto, a colui che, all’interno di un sistema comunitario, può contribuire a rendere sempre più efficace ed efficiente il contesto sociale della vita umana, segregando l’anziano in posizioni di irrilevanza sociale (Demetrio, 1990, pp. 23-38).

L’ipostatizzazione dell’adultità, secondo tale visione, è conseguita ad un’ immagine della perfezione che l’adulto rappresenta, contro tutta l’imperfezione che le altre età della vita esprimono, in quanto improduttive e, pertanto, inefficienti ed disfunzionali al sistema. È da qui che matura una mentalità gerontofoba, secondo cui l’anziano, con i suoi ritmi lenti, i suoi bisogni, la sua precarietà fisica ed esistenziale, rappresenta un peso sociale, da risolvere attraverso l’attivazione di servizi aggiuntivi e suppletivi, che vengono considerati più per la rilevanza economica e produttiva, che per quella sociale. Si tratta di un meccanismo di stampo economicista, fondato sul profitto, che accoglie il principio del welfare, a condizione che non pregiudichi il processo di accumulo delle ricchezze.

L’immagine inquietante dell’anziano, testimone di malattia, decadimento psico fisico, incontinenza, dipendenza, inefficienza, morte, induce, altresì, a processi di rimozione, che pescano nel profondo dei vissuti individuali e sociali, sino alla negazione di quello status esistenziale che non si vorrebbe mai reificato.

 

2. L’approccio assistenzialista

 

La società attuale, segnata da un sistema individualista e utilitarista, alimenta quella visione distorta della vecchiaia che esprime atteggiamenti negazionisti, esplicitati in forme mascherate, attraverso strutture di emarginazione o di occultamento.

Nella fase terminale della vita, l’anziano manifesta una dimensione di precarietà e limitazione delle proprie prestazioni psico-fisiche, accompagnata da processi di destrutturazione spazio temporale, che evidenziano l’assenza di ogni capacità progettuale. Le singole vite, esperite in un geografia che riduce sempre di più l’orizzonte delle attività personali e sociali nei confini abitativi e nella mancanza di partecipazione alla definizione dei processi economico e sociali, relegano l’anziano ad una dimensione di inefficienza residuale. L’allontanamento dagli standard di vita abituali, dai costumi, dagli stili, dai comportamenti sessuali, affettivi, culturali, rafforzano l’obsolescenza di processi esistenziali, che richiedono nuove forme di intervento sociale.

L’interesse da parte dei sociologi e degli psicologi ai problemi dell’invecchiamento si è limitato, sin d’ora, a trovare forme di “neutralizzazione sociale”, con l’istituzione di servizi assistenziali e di cura, pubblici e privati, che potessero incidere, con il minor peso possibile, sull’organizzazione sociale, familiare e personale di coloro che sono coinvolti nella gestione di questa fase della vita.

Il progresso tecnico e scientifico ha alimentato, ancor più, l’ambiguità della percezione sociale della vecchiaia. Se la ricerca, da un lato, è impegnata al reperimento degli antidoti ai processi di invecchiamento, consentendo il prolungamento della sopravvivenza biologica, attraverso l’allungamento dell’età della vita e il rallentamento degli schemi degenerativi, dall’altro si è alimentato un sistema di manipolazione e di alterazione degli schemi psico fisici dello sviluppo umano, cancellandone ogni evidenza fisica, estetica, psicologica che ne testimoni il processo di deterioramento. Si contrappone, così, un modello da superare, vincendo e oltrepassando ogni limite fisico e fisiologico, per mostrare ed apparire in un limbo di eterna giovinezza, in cui rifugiarsi illusoriamente, omogeneizzando le apparenze, attraverso la ricerca di immagini stereotipate, senza tempo e senza età, per porre riparo al degrado incombente. L’invecchiamento, sosteneva S. De Bouvoire, è una morte prematura, una sorta di fine da cui occorre assolutamente sfuggire.

La risposta più semplicistica al problema, ma insoddisfacente sul piano umano, è stata, ed è, ancora oggi, l’istituzionalizzazione nei “centri residenziali”, strutture separate dal sistema della vita sociale, che vengono sottoposte a periodiche rivisitazioni, nell’ambito del welfare. Ne è testimonianza una serie di iniziative governative e di ricerche da parte degli organismi internazionali, come l’annunciato Rapporto UE, che segue la proclamazione del 2012, quale l’anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà fra le generazioni.

Le soluzioni scaturite intorno al modello assistenzialista, che annulla ogni forma di partecipazione attiva dell’anziano al sistema sociale, se pur appare adeguata e fisiologica a rispondere ai bisogni di una società efficientista, non sembra andare incontro ai bisogni identitari che, invece, dovrebbero essere considerati e valorizzati, sul piano umano.

Ed è così che lo stereotipo sociale della senilità, come età della destrutturazione fisica e mentale, ha riposto, o meglio “deportato” l’anziano dalla comunità sociale verso strutture marginalizzate, relegandolo in ghetti più o meno attrezzati dalla società civile. In questi luoghi, impersonali e neutri, l’anziano, privato dei suoi affetti familiari, dei suoi riferimenti spaziali e temporali, alterato nei ritmi quotidiani, inserito in contesti a socializzazione forzata, sottoposto ad un brusco sradicamento dai propri contesti di vita sociali e relazionali, vive un senso di abbandono, spaesamento e disidentità progressivo che alimenta il suo rapido e silente declino.

L’asetticità e l’anonimato degli ambienti di vita, l’inutilità del tempo della vita, destrutturano il sistema identitario e alimentano l’immagine sociale in senso difettivo. È difficile, in questa dimensione, armonizzare il proprio io reale, che appartiene al tempo della vita perduta ed è sottoposto agli effetti psicofisici del deterioramento dei processi biologici e temporali a quell’io ideale, impossibilitato a praticare l’immaginario, la dimensione onirica dell’esistenza, che accompagna le proiezioni umane (Pinto Minerva, 2002, pp. 590-598). La vita scorre all’interno di prescrizioni che attraversano tutte le dimensioni personali, lavoro, affettività, sessualità, creando un sistema di precarietà esistenziale che segna la perdita del senso del proprio vivere e mina ogni possibilità di dare voce e corpo a quelle ipotesi di realtà che il futuro concede.

 

3. Bisogni educativi e nuove formule di organizzazione sociale partecipata

 

Il superamento dello stereotipo della vecchiaia come “problema” induce a reperire soluzioni alternative al sistema della vita della tarda età, sul piano personale e sociale.

In primo luogo, è necessario sviluppare una cultura nuova, a livello intergenerazionale, che consenta agli individui di accettare in modo consapevole e responsabile il cambiamento, alimentando percorsi di formazione e di autoeducazione permanente, che permettano di affrontare le diversità e le modificazioni biologiche, psicofisiche, identitarie e sociali, conseguenti al volgere degli eventi.

Si tratta di imparare ad accettare il cambiamento in tutte le sue manifestazioni e modalità: affrontando il nuovo io, adattandosi ai nuovi schemi cognitivi e comportamentali, sollecitando nuovi moduli, riconoscendosi in una corporeità trasformata, recuperando i tempi e le memorie del proprio passato, mantenendo attivi i canali emotivo affettivi e sviluppando le pratiche ludico creative, per continuare ad alimentare fantasia e desiderio.

A questi bisogni, che coinvolgono elementi di autoeducazione e di educazione permanente, si accompagna la necessità di individuare delle formule organizzative, a livello sociale, che riescano a promuovere soluzioni facilitanti per conservare la presenza attiva e partecipativa dell’anziano, in un sistema che, di fatto, superi i processi di espulsione e negazione (Demetrio, 2012).

Ed è così che si sono poste all’attenzione delle iniziative sociali a livello internazionale che, partendo da sistemi abitativi alternativi alle strutture residenziali, si propongono come ipotesi praticabili di nuovi modelli esperienziali, sia pur non su larga scala. Queste ultime, ove si diffondessero, potrebbero trovare sempre maggiore diffusione e orientare non solo nuove forme di vita consociative e partecipative, per rendere più morbido il passaggio dalla vita attiva a quella non attiva, ma per potere accompagnare, anche, lo sviluppo dei sistemi urbani del prossimo futuro.

Le città contemporanee sono divenute “metacittà”, territori ibridi, metropoli amorfe e gigantesche dove individui e gruppi umani tentano di sopravvivere al flusso che, in modo inesorabile, attraversa e supera i confini del proprio sistema interno ed esterno. Alla domanda, sempre più crescente, di dare vita a strutture urbane in grado di rispondere in modo efficace alle necessità di sicurezza e di partecipazione, si sviluppano ipotesi che possano garantire la conservazione delle comunità e forme di welfare, in grado di rispondere ai bisogni sempre più diversificati di fasce di popolazione sempre più eterogenee, dove tutte le categorie sociali e, non ultimo l’anziano, possa recuperare parte della propria significatività personale e sociale.

 

4. Il cohousing come risposta ai bisogni di integrazione sociale

 

L’idea di realizzare sistemi di vita consociativi, ancorché trova origine nelle società rurali e contadine, si alimenta, nel corso della storia occidentale di soluzioni diversificate. Il beneficio perduto del vivere in comunità è declarato da Thomas Moore o da Tommaso Campanella ne La città del Sole, che evocavano entrambi la necessità di una vita comunitaria, come antidoto alla dissoluzione sociale. La stessa intenzionalità, nei secoli successivi, trova prosegue all’interno di formule a stampo socialista, che si consolidano nelle comunità utopiche, realizzate nel XIX secolo, sino ad edificarsi in soluzioni eversive, come le comunità degli hippy, dei figli dei fiori ed altre simili. L’idea che solo la società potesse garantire la soluzione dei problemi individuali e collettivi ha consentito, da un lato, l’affermarsi di idee consociative con esperimenti di vita comunitaria, dall’altro si è tradotta in una facile delusione, nel verificare la sistematica dissoluzione delle iniziative esperite, a causa della mancanza di un sostegno ideologico e politico conseguente all’avanzare del capitalismo, per la tenuta di una visione societaria della vita umana.

Le prime esperienze di condivisone abitativa nell’età attuale, si sono affacciate, in Europa, già a partire dagli anni 30, nelle realtà scandinava, per poi assumere consistenza nel periodo post bellico, a ridosso della ricostruzione, allargandosi successivamente nelle aree geografiche piu sensibili alle interferenze della società industrializzata [1].

All’inizio degli anni ’70, in Danimarca e, via via, progressivamente in tutto il mondo, dall’Olanda al Canada, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, dall’Australia, al Giappone, si sono realizzate alcune esperienze di vita comunitaria del tutto particolari, in risposta ai problemi che l’industrializzazione e l’urbanizzazione ha determinato sulle forme e gli stili sociali: le cohouser, sistemi abitativi a diversa connotazione, privata, pubblica, o a partecipazione mista [2].

Si tratta di moduli abitativi che riuniscono aggregazioni umane diverse da quelle delle ormai obsolete delle “comuni”, strutture a carattere ideologico, nate negli anni 60/70, a ridosso dei movimenti di democratizzazione del mondo. Queste ultime erano fondate su un tipo di dialettica oppositiva e sottoposte ad un sistema di autoselezione e autoisolamento rigido e regolamentale che ha impedito, da un lato, di facilitare la trasmissione dei valori su cui si attestavano e, dall’altro, di esercitare pratiche di sussistenza autarchiche, che avrebbero dovuto costituire la risposta alla subalternità e alla dipendenza imposta dal sistema capitalistico e centralista.

La loro estinzione, direttamente proporzionale e progressiva al processo di frantumazione dei valori sociali solidali conseguenti all’affermarsi della globalizzazione e del capitalismo avanzato, nonché al processo di nuclearizzazione della vita individuale e sociale, con il misconoscimento del valore della vita comunitaria, nel tempo, ha aperto la breccia a reperire nuove formule abitative e partecipative, più organiche allo sviluppo dei sistemi.

Le società del nord Europa sono state le prime a soffrire le conseguenze del capitalismo, attraverso l’imposizione di nuovi stili e modelli di vita individualistici e la scomparsa delle reti familiari e parentali. La speranza di poter arginare, attraverso forme innovative, la perdita di coesione sociale e la disgregazione della vita comunitaria, sempre più massive negli attuali agglomerati urbani e nelle megalopoli, rappresenta una possibile utopia e un’occasione inedita per rivitalizzare sorti comunitarie dismesse.

Le cohouser rispondono alle nuove esigenze dell’abitare sociale, recuperando spazi, tempi, denari pubblici e privati, relazioni e destini comuni. Si tratta di moduli abitativi strutturati intorno a un nuovo modello sociale partecipativo e solidale, per rispondere alle più diverse esigenze delle variegate fasce di popolazione: giovani, famiglie, anziani, single. Le soluzioni, molteplici per tipologia e grandezza, sono edificate su spazi comuni, alcuni dei quali condivisi, sorti intorno all’idea di co-residenza, villaggi o quartieri residenziali organizzati in nuclei abitativi privati, eterogenei nella popolazione, per età, stato anagrafico, ceto, in cui si condividono servizi comuni di prima necessità, quali il trasporto, l’accompagnamento, l’assistenza, sulla base di esperienze professionali o di volontariato e spazi per servizi a scopo sociale multifunzionale, a carattere ludico ricreativo, quali orti, giardini, sale ricreative, strutture ludico sportive, laboratori, play room,

Il cohousing viene considerato una risposta semplificata ai problemi dell’urbanizzazione intensa prodotti dalla urbanizzazione contemporanea, facilitando la vita dei cittadini, sempre più inibiti dal fruire di servizi in risposta ai bisogni esistenziali e sociali, sempre più soli di fronte alla realtà della vita quotidiana.

Esso rappresenta, altresì, la formula più facilitante a soddisfare le esigenze relazionali degli individui, che sono alla base del vivere comune.

Le esperienze di vita comunitaria realizzate in questi ultimi anni in diverse parti del mondo hanno dimostrato la capacità vicariante di queste strutture sia ai servizi sociali, un tempo affidati a nuclei sociali familiari e parentali o ai gruppi comunitari ristretti, sia al sistema del welfare, oggi in crisi per la diminuzione pecuniaria delle risorse governative disponibili (Sapio, 2010).

I centri si realizzano a partire da una progettazione condivisa, che promuove non solo una cultura dell’utilità sociale e della semplificazione delle reti comunicative, ma sviluppa, al contempo, anche una forte sensibilizzazione su tematiche ambientaliste e naturaliste, avvicinando l’uomo alla sua natura, poiché l’habitat diventa un fattore paritetico allo sviluppo del benessere sociale (De Carlo, 2002).

Oggi, alla luce della disgregazione sociale e della frammentazione della vita comunitaria, questi moduli sembrano testimoniare una prima timida risposta alla marginalizzazione crescente degli ambienti umani e all’individualismo in cui si rifugia individuo contemporaneo.

In territori partecipati, attraverso la costruzioni di reti sociali e solidali, le diverse età della vita ritrovano il gusto della condivisione di progetti ancora possibili che, sia pur rispondendo ad istanze individuali, si iscrivono in una storia collettiva a cui ciascuno partecipa con il personale contributo di significanza.

Il “cohousing” da origine ad un inedito sistema di vita sociale, in cui anche l’anziano riesce ritrovare quel ruolo e quella funzione che la società, ormai, gli ha negato e sottratto.

Le tipologie abitative, il tipo di distribuzione e di organizzazione degli spazi comuni, l’organizzazione dei servizi improntati alla mutua e reciproca solidarietà offrono l’occasione, all’interno della comunità, di recuperare le pratiche dell’antica civiltà rurale, che permetteva la non dissolvenza del valore delle diverse età della vita, riconoscendo una funzione utile a ciascuna epoca e storia personale, restituendo all’anziano, il ruolo di rappresentante e custode della memoria e del sapere della propria comunità.

Il sistema di vita comunitario, così disposto, consente, in ultimo, di superare quella solitudine sociale a cui la società postmoderna condanna l’individuo, ancor piu, quando si trova a vivere la parte terminale della propria esistenza.

 

5. Il valore educativo del mediatore di comunità

 

Ogni cambiamento sociale comporta elementi di problematicità e nuovi bisogni a cui occorre saper dare delle risposte adeguate ed essere preparati a sapere affrontare le innovazioni.

Non tutti gli individui sono in grado di adattarsi alla realtà in movimento e ai sistemi di vita che mutano. Occorre essere educati all’innovazione, che necessita di fasi di orientamento e riorientamento dei propri sistemi personali ed esistenziali.

I sistemi educativi, sia a livello nazionale che internazionale, non sempre favoriscono l’educazione di un soggetto ad alta competenza sociale, privilegiando, il più delle volte, la dimensione dell’istruzione, a sua volta separata, erroneamente, da quella della formazione.

Su questa necessità è interessante leggere, ai nostri fini, la proposizione, all’interno del cohouser di un sistema di specialisti in grado, per via della loro formazione, di facilitare e rendere possibile la realizzazione del cohousing, aiutando gli individui a partecipare alla fase di implementazione e di adattamento.

Si tratta della figura del “cohouser”, o facilitatore sociale il quale, dotato di competenze psicopedagogiche e socio antropologiche, è in grado di seguire, orientare, accompagnare i gruppi coinvolti a sostenere scelte innovative del tutto inedite, rispetto alle consuete abitudini sociali.

La realizzazione di soluzioni abitative in cui il privato è partecipato, il personale diventa patrimonio comune, disponibile alla comunità, valore condiviso nel gruppo, è una condizione che mette in crisi ed in discussione la pratica sociale individualistica verso cui la società capitalistica ci ha chiusi.

La dimensione privata, su cui si attesta la società del capitale, non fa parte della cultura solidale che, invece, è alla base dell’idea del cohouser.

Per promuovere all’interno al suo interno le attività che ne costituiscono l’essenza diventano, pertanto, utili situazioni di mediazione, orientamento e sostegno.

Si tende a trovare soluzioni per favorire il processo di cambiamento e d’innovazione che un sistema di vita a partecipazione condivisa comporta, mettendo gli individui di fronte alle proprie scelte in modo responsabile e critico.

Si sviluppa, in un certo senso, un percorso di autoeducazione permanente e trasversale, guidato con modalità indirette, che coinvolge i partecipanti all’esperienza e li sostiene nel reperire le soluzioni più opportune.

Per molti, ancora, si tratta di riuscire a sviluppare piani di intervento e di pianificazione di bisogni e di disposizioni personali inedite, che possono essere esercitate all’interno di un progetto condiviso (Davico, Mela & Staricco, 2009, pp. 67-119).

 

Note

 

[1] La definizione di cohousing, in danese significa “bofaellesbkaber”, ossia “comunità vivente”, che sollecita l’elemento di positività del vivere in comune.

[2] La prima esperienza di cohousing è sorta nel 1972 in Danimarca, nei pressi di Copenaghen, seguita da alcune in Olanda, in Svezia.

 

Bibliografia

 

Davico, L., Mela A., Staricco, L. (2009). Città sostenibili. Roma: Carocci.

De Carlo, G. (2002). Sulla progettazione partecipata. In Scavi, M., Romano, I., Guercio, S., Pillon, A., Robiglio, M. & Toussaint, I. Avventure Urbane, Progettare la città con gli abitanti. Milano: Eleuthera.

Demetrio, D. (1990). L’età adulta. Roma: Carocci.

Demetrio, D. (2012). L’educazione non è finita. Milano: Raffaello Cortina.

Lietaert, M. (2007). Cohousing e Condomini solidali. Firenze: Terra Nuova.

Pinto Minerva, F. (2002). Gli anziani tra memoria e progetto. In Frabboni, F. & Pinto Minerva, F. Manuale di pedagogia generale. Bari: Laterza.

Sansone, V. (2000). La quarta età. Roma: Editori Riuniti.

Sapio, A. (2010). Famiglie, reti familiari e cohousing. Verso nuovi stili del vivere, del convivere, dell’abitare. Milano: FrancoAngeli.