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Le Province italiane: una storia “ai margini”
di Fiammetta Fanizza   
DOI: 10.12897/01.00009

 

L’analisi del ruolo delle Province nell’organizzazione amministrativa dell’Italia può offrire un punto di osservazione interessante per spiegare il perchè l’Italia, sin dall’Unità, abbia proceduto a definire “proprie” periferie per finalità di carattere politico. Assegnando un ruolo subalterno ma al tempo stesso nevralgico alle province, il legislatore italiano ha realizzato un disegno strategico per controllare il territorio, utilizzando la burocrazia per garantire il mantenimento della netta divisione tra i poteri – centrale e periferico – e la inderogabile ripartizione delle competenze tra i diversi organi/organismi dello Stato. Alla luce di queste riflessioni, sia le ragioni del decentramento e sia quella della tutela delle specificità identitarie sembrano argomenti utilizzati per celare, più o meno bene, l’intenzione di mantenere in periferia il “popolo” e compiere la volontà della “ragion di Stato”, frapponendo di fatto una distanza tra democrazia e governo. Un disegno, in ogni caso, non elitistico ma, semmai, affetto e storicamente afflitto da una visione provincialistica di corto respiro, di cui ancora oggi si scontano le conseguenze in termini di relativismo culturale e di radicalismo campanilistico.

 

The intention of this article is to recount the development of Italian Provinces. In particular this article wants to demonstrate that in Italy the Provinces are a tool of politics and not a way to fulfil the project of a real devolved government. Because, we can assert that the provinces are still now more useful to represent the central power in local territories than to preserve or defend the multiplicity of local identities, this article tries to discover if the spending review is the real issue or there are other motivations and goals behind the proposals of provinces abolition.

 

1. Il ruolo delle Province per l’organizzazione amministrativa dell’Italia

 

In Italia il tema della istituzione e della soppressione delle Province anima da sempre il dibattito politico. Molte sono le perplessità circa la loro funzione, così come, altrettanto numerose, sono le prese di posizione riguardo la loro indispensabilità al fine di completare l'opera di decentramento amministrativo. Tale opera, iniziata subito dopo l’Unità d’Italia, è stata caratterizzata da ambiguità circa le funzioni assegnate alle Provincie. Ambiguità che hanno sin da subito, cioè a partire da una legge del 1865, messo in discussione la necessarietà del ruolo delle Province in rapporto a quello assai più definito assegnato ai Comuni. Peraltro anche la Carta Costituzionale del 1948, pur riconoscendo espressamente le Province come enti autonomi, non è riuscita a superare alcune anomalie che, sul piano tanto politico quanto giurisprudenziale, hanno continuato ad alimentare la querelle per la ripartizione delle competenze tra Comuni, Province e Regioni.

Per onestà intellettuale va comunque detto che dopo la fine della seconda guerra mondiale, ovvero durante una fase denominata, sia storiograficamente sia comunemente, “della ricostruzione”, la discussione sulla sopravvivenza o meno delle Province è stata assorbita da temi e obiettivi più generali, quali, da un lato, la rinascita economica e sociale di un Paese dilaniato dalla guerra e devastato dalla povertà, dall'altro, il complemento del processo unitario iniziato nel 1861 e rimasto incompiuto anche per via della complessità etnografica, culturale ed antropologica dei diversi territori italiani (Del Panta et al., 1996).

Considerato che il processo italiano di crescita demografica iniziato nel tardo medioevo è fondato sulla espansione delle città-comunali (Del Panta et al, 1994; Barbagli 2000), non può destare meraviglia il fatto che il decentramento sia stato assunto come principio fondamentale anche dall'Italia repubblicana, così come prevede il Titolo V della Carta Costituzionale. Per meglio dire, l’impianto dell’organizzazione amministrativa del nuovo stato repubblicano, nel rispettare la vocazione “comunale”, e per questo autonomistica, dei territori italiani, ha ravvisato nel decentramento un metodo per gestire una fase complessa di omogeneizzazione delle culture e delle tradizioni delle genti italiche, riunite solo nominalmente dopo l’Unità, ma, nei fatti, disgiunte e poco inclini a sostituire, anche soltanto iconograficamente, il concetto di appartenenza territoriale con il concetto di Patria.

Stabilito che nell’evoluzione demografica delle popolazioni italiche l’appartenenza ad un territorio configura, non solo un dato di fatto ma, più che altro, un principio etico, se non addirittura morale, non sorprende che il legislatore, prima monarchico e poi repubblicano, non abbia realmente cercato di modificare l’impianto socio-antropologico preesistente al processo di unificazione, immaginando le Province come strutture/organi per rappresentare il governo centrale e, genericamente, lo Stato nei territori periferici. In linea generale, quindi, è possibile affermare che la mappa delle Province ha seguito, nella sua evoluzione, delle costanti riferite al groviglio delle circoscrizioni derivante dalla complessa vicenda dell’unificazione politica e amministrativa del Paese, nonché dalla presenza di "comunità radicate" che vivono nelle Province e che comunque si riconoscono anche nell’identità dei territori (Gambi, 1995, p. 23).

Per questa ragione, seppure non abbiano tenuto conto, se non in minima parte, dei profondi cambiamenti avvenuti, e nonostante le poche e residuali attribuzioni ad esse conferite, pur oggetto di continue, reiterate e cicliche critiche, le Province hanno continuato ad esistere senza in realtà vedere più di tanto mutare il loro profilo istituzionale. Un profilo fondato su un principio autonomistico risalente alla fine dell’Impero romano, allorquando le invasioni dei popoli barbari comportarono una modificazione dell’ordinamento incentrato sulla ripartizione provinciale in favore della nascita dei feudi quali nuove divisioni territoriali [1]. Peraltro, la forte autonomia conseguita in epoca feudale permane anche nel periodo comunale quando le “città” attraggono nella loro sfera di influenza politica ed economica il territorio circostante. Infatti, proprio lo stretto rapporto tra la città e il contado rappresenta uno dei tratti peculiari dell'articolazione territoriale delle Province italiane che, generalmente, ancora oggi, si organizzano intorno ad una città capoluogo.

In generale, è interessante notare come in epoca repubblicana il principio autonomistico si sia metamorfizzato nel principio del decentramento che, assurto a pilastro dell'ordinamento giuridico, a partire dal 1948, è stato, idealmente quanto indissolubilmente, collegato al processo di democratizzazione. Cosicché, l'assegnazione di ruoli e competenze agli enti locali – Regioni, Province e Comuni, ma anche autorità con le competenze più ampie e disparate – è diventato un tassello importante di un disegno legislativo organizzato intorno all'idea della necessarietà di attribuzione di autonomia al fine di tutelare le diversità e le specificità identitarie dei tanti e diversi cittadini italiani. A testimonianza di ciò, il difficile e lungo cammino per l’istituzione delle Regioni [2], concepite dai Costituenti [3] come enti in grado di colmare la distanza tra i Comuni e lo Stato, munite di funzioni legislative, anche proprio per permettere alle Provincie di continuare ad esistere [4]. In particolare, quale maggiore ente pubblico introdotto dalla Costituzione, è espressamente previsto nell’ordinamento italiano che la Regione eserciti le proprie funzioni amministrative delegandole alle Provincie, ai Comuni e ad altri enti locali: è sulla base di tale principio che la sopravvivenza della Provincia nel tempo è stata assicurata ed il suo ruolo e status sono stati consolidati nonostante le critiche e la volontà popolare espressa, anche ultimamente, attraverso forme referendarie [5].

 

2. Decentramento e tutela delle specificità identitarie

 

Questi primi cenni storici servono ad inquadrare il problema, specie sotto il profilo della definizione e, successivamente, classificazione (o categorizzazione) di un organo dalle esigue, per non dire scarse attribuzioni, ma dagli alti costi di gestione. Un argomento, quest’ultimo, che da sempre rappresenta il perno di ogni discorso a favore della soppressione delle Province.

Al fine di ricercare elementi di analisi utili alla formulazione di un giudizio di natura sociologica capace di rispondere alla domanda se la soppressione o meno delle Province potesse in passato e potrebbe oggi interferire con la conservazione o stabilizzazione delle identità e delle specificità dei luoghi, è opportuno evidenziare che l’iter che ha determinato la definizione della Provincia quale ente intercomunale è contrassegnato da una serie di passaggi legislativi caratteristici delle differenti fasi storico-politiche che hanno interessato l’Italia, dall’Unità in poi. In particolare, il nodo della questione risiede nel giudizio sull’operato delle Provincie, ovvero è accompagnato da una valutazione sulla quantità, qualità e incidenza dell’attività che esse esplicano a livello intercomunale, soprattutto in relazione al campo d’azione dei Comuni, ossia talvolta in aperta concorrenza con questi.

Con riguardo alla funzione amministrativa dello Stato, la legge istitutiva del 1865 [6] concepiva la Provincia come un corpo intermedio tra il Comune e lo Stato, e per questo la definiva e trattava come una circoscrizione statale, imperniata sull’organismo periferico della Prefettura e sul Prefetto (Melis, 1996) quale organo del Governo centrale. A tale proposito, si concorda con Claudio Cerreti quando sostiene che l’unificazione amministrativa del Paese tra il 1851 e il 1870, ereditando le suddivisioni territoriali in gran parte esistenti negli Stati preunitari (Cerreti, 2001), è avvenuta attraverso il decentramento nella Provincia dell’assetto dei poteri pubblici dello Stato (Prefetti, Intendenti, Camere di commercio, Opere pie).

In generale, la legge del 1865 assegna alla Provincia la qualifica di “corpo morale”, ossia di persona-organo giuridico (Amorth, 1968), nel senso che le funzioni cui essa deve adempiere sono ricavate indirettamente dalle indicazioni degli organi politici (Consiglio e Delegazione provinciale) ovvero emergono come attività riconducibili e ricollegabili allo Stato (AA.VV., 2005). In linea generale, si tratta di prestazioni a vantaggio dello Stato piuttosto limitate ed essenzialmente circoscritte alla gestione della viabilità, alla beneficenza, alla istruzione secondaria e tecnica, alla vigilanza del patrimonio pubblico e di particolari istituzioni.

Da un punto di vista storiografico occorre ricordare che la istituzione delle prime 69 province non venne accolta con favore, e che le critiche non furono tanto rivolte all’ambigua e difettosa loro regolazione giuridica quanto piuttosto riguardarono la loro distribuzione sul territorio nazionale. La loro istituzione, infatti, non seguì un unico criterio, perché, in qualche caso la istituzione fu decisa in base al numero di comuni ricompresi nella circoscrizione, e quindi venne effettuata seguendo un criterio di omogeneità territoriale. In altri casi, invece, prevalse l’esigenza della circoscrizione amministrativa, ossia l’esigenza di controllo strategico del territorio. Cosicché, accanto a Province “naturali”, ossia formate da raggruppamenti di Comuni con continuità socio-demografiche, vennero a stabilirsi Provincie giuridicamente costruite. Tale difformità resterà un tratto distintivo che connoterà in ogni periodo storico – e dunque anche per quanto riguarda i casi più recenti – la istituzione di nuove Province.

Frutto del tentativo di imporre il modello di ordinamento piemontese, nell’ambito di un’eterogeneità che non favoriva la organizzazione del sistema delle nuove circoscrizioni provinciali, l’unico tratto comune tra tutte le Province è rappresentato dalla presenza di una città capoluogo. Il capoluogo occupa una posizione di prevalenza, giustificata dall’essere sede tanto degli Uffici dell’amministrazione centrale quanto di quelli dell’amministrazione periferica, come nel caso delle Camere di Commercio. Naturalmente, il culminare della Provincia in una città sede dell’amministrazione sia statale che periferica contribuisce in un certo senso a falsare la natura e il profilo della Provincia quale polo di attrazione delle comunità territoriali E ciò è provato dal fatto che molti dei capoluoghi non sono rappresentativi delle comunità territoriali neanche dal punto di vista della consistenza demografica. Sicché, legittimo il sospetto che sulle ragioni della rappresentanza prevalga la logica del potere, cioè che siano i vantaggi di carattere politico a regolare le esigenze della rappresentanza e rappresentatività.

Anche per questo ordine di ragioni, dopo pochi anni dalla istituzione, già nel 1889 il legislatore ravvisa la necessità di riformare le Province al fine di attribuire loro competenze utili ad identificare meglio la presenza diretta dello Stato nei territori periferici.

Questa nuova struttura organizzativa e configurazione giuridica collega al rango provinciale prestigio e una vita economica e sociale più intensa. Recepisce e stigmatizza quindi il dato che la Provincia si identifica e in un certo senso “corrisponde” al capoluogo, piuttosto che essere soprattutto utile a unire insieme un certo numero di Comuni. Inoltre, secondo questo nuovo assetto che resterà sostanzialmente inalterato sino agli anni ’70, è la circoscrizione a dimensionare in senso spaziale la competenza di un pubblico ufficio o di un organismo che ne diviene, pertanto, elemento costitutivo e determinante. In ogni caso, sebbene alle Provincie facciano capo molti altri uffici governativi periferici come l’Intendenza di Finanza, il Provveditorato agli Studi, la Questura, il Genio Civile e gli Ordini Professionali, dal testo della legge si evince che la circoscrizione esiste in funzione della Prefettura e che il Prefetto rappresenta il potere esecutivo della Provincia esercitando, di fatto, una preminenza sulle altre autorità amministrative provinciali. Il Prefetto è in un certo senso il “funzionario politico” che trova espressione nella qualifica – tuttora vigente – di “Eccellenza”: in sostanza, il Prefetto è assimilato ad un Ministro e/o ad un governante [7].

Da rilevare che le competenze ed il ruolo di primo piano del Prefetto non subiscono un eccessivo ridimensionamento con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana che lascia più o meno invariata la struttura organizzativa delle Prefetture. Se ne deduce che le riforme dell’ordinamento provinciale seguite a quella del 1889 – 1908, 1915, 1934 – possono essere qualificate come tentativi per rinvigorirle e per scongiurarne la soppressione. In particolare, sin dai primi anni ’50, coloro che sono sostenitori delle Province si mobilitano per conseguire una maggiore autonomia tramite la richiesta di una parificazione con le attribuzioni dei Comuni. Si tratta di una questione particolarmente complessa, considerate le posizioni radicali e diametralmente opposte presenti in campo: sebbene le Province tentino di apparire come comunità aventi elementi costitutivi propri – un proprio territorio e una propria popolazione – i Comuni, per parte loro, premono per affermare una loro precipua identità e indurre a considerare l’ente provinciale alla stregua di un’associazione o di un consorzio permanente di Comuni. Ipotesi, quest’ultima, subito scartata in quanto, come peraltro suggerito dalla legge 1889, la valutazione di ogni Provincia deve essere effettuata sulla base dello sviluppo economico e sociale, o di una data comunità incentrata in una città, o della cosiddetta “vita intercomunale”. Poiché è proprio alla luce di quest’ultima motivazione che viene giustificata la istituzione di molte Provincie, sia nel periodo successivo alla prima Guerra mondiale, sia durante il regime fascista, sia dopo il 1948 e, non ultimo, in anni recenti, occorre sottolineare che, in linea generale, l’elemento di maggior peso resta l’ importanza di un centro urbano, “capofila”, per così dire, dell’attività intercomunale, nominalmente o idealmente rappresentativo di una preesistente comunità territoriale che trova nel territorio provinciale una sua, più o meno, naturale e giustificata riduzione e classificazione tipologica (Gambi, 1995). Una riduzione e classificazione tipologica che dal punto di vista politico ascrive il territorio provinciale nella generica categoria delle periferie.

 

3. L’autonomia finanziaria delle Province e le recenti proposte di soppressione

 

Il dibattito sulla riforma del sistema delle Province ha impegnato le forze politiche anche durante la scorsa legislatura: alla Camera dei Deputati si è soprattutto discusso della soppressione delle Province ed anche del trasferimento dallo Stato alle Regioni della competenza a disciplinarle [8]. È indubbio che la grande attenzione riservata dai media a questa materia è stata determinata dal tema del finanziamento, o per meglio dire del costo delle Province. Poiché, al di là delle reali intenzioni, è indubbio che oggi l’argomento “finanza locale” [9] è strettamente collegato al problema dei cosiddetti “costi della politica”, il dibattito si è incentrato sul mancato ruolo sostanziale che le Province dovrebbero giocare nella gestione amministrativa, contabile e finanziaria dello Stato. Cosicché, il giudizio è stato fondato sulla valutazione comparative tra attività svolte e mantenimento della classe dirigente, intesa, tanto come apparato amministrativo, quanto come classe politica. In un Paese come l'Italia, scosso da reati sulla corruzione che, nonostante le condanne anche eccellenti, non registrano flessioni, più che legittimo il sospetto che dietro le argomentazioni utilizzate dai sostenitori delle Province – argomenti ieri come oggi riferibili alla necessità, quasi al dovere, di difendere e valorizzare le specificità identitarie dei diversi territori italiani – si nascondano interessi di "casta", in netto conflitto con l’interesse generale dei cittadini, elettori e contribuenti. Questi ultimi, in linea di massima, probabilmente perché ormai assuefatti dalle notizie sul malaffare nella pubblica amministrazione, sono più che mai pronti a criticare le pratiche di gestione lobbistica e spartitoria del enti locali e, in generale degli enti pubblici, manifestando forte scetticismo riguardo alla possibilità che gli enti pubblici perseguano finalità che comportano benefici alla popolazione.

In ogni caso, i due provvedimenti del 2012 [10] sono il terminale di un percorso che negli ultimi anni ha visto le forze politiche impegnarsi nella presentazione di ben sei proposte di legge del cui esame di è occupata, in modo particolare, la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, e che puntano, tutte, sulla soppressione dell’ente Provincia, che viene in sostanza espunto dall’ordinamento territoriale della Repubblica [11]. Tuttavia, nel corso della valutazione in sede di Commissione parlamentare, molte sono state le sollecitazioni tese a convertire i progetti di soppressione in forme di riorganizzazione del sistema delle Province. Sollecitazioni che il Parlamento ha accolto e che sono confluite nella successiva discussione sulla, cosiddetta, “regionalizzazione delle Province” che conta, anch’essa, un considerevole numero di proposte di legge [12], la maggior parte delle quali finalizzate a trasferire dallo Stato alle Regioni la competenza in materia di istituzione di nuove Province e di mutamento dei confini delle Province esistenti. È doveroso segnalare che la cronaca politica degli ultimi vent’anni è costellata di casi di questo genere. È poi altrettanto doveroso segnalare che continue e pressanti spinte localiste hanno portato a 110 il numero attuale delle Province. Esse rappresentano oggi complessivi 8.092 Comuni per una popolazione totale pari a 60.626.442. Numeri, questi, che dimostrano come la difesa appassionata delle specificità identitarie abbia prodotto risultati, sebbene la specificità istituzionale delle Provincie resti compressa tra le spinte localistiche dei Comuni e la volontà centralizzatrice dello Stato e, in subordine, delle Regioni.

Indubbiamente, resta confermato il dato per cui la difficoltà di mettere a punto un proprio profilo dipende dalla debolezza delle performances. Come ha evidenziato una recente ricerca condotta dal CERTeT dell’Università Bocconi di Milano (Senn et al., 2011), le Province hanno bisogno di un riordino che risponda alle esigenze di funzionalità legate all'attuazione del federalismo fiscale e all'adozione del criterio dei fabbisogni standard nel finanziamento delle funzioni. Circa poi l’impiego di minori risorse finanziarie, dalla ricerca emerge un dato assai interessante che conferma come il tema del risparmio sia stato spesso e volentieri utilizzato, specie nella storia repubblicana, come alibi dietro il quale celare obiettivi strategici correlati alla determinazione degli assetti di potere a livello locale [13].

Se quindi il dato economico, ossia la sostenibilità dei bilanci provinciali, non basta a definire una dimensione adeguata delle circoscrizioni provinciali occorre probabilmente procedere ad individuare indici demografici, geografici ed economici in grado di apprezzare le peculiarità storiche e territoriali di ogni Regione. Cosicché, malgrado molte forze politiche italiane, anche per rispondere alle esigenze di riduzione della spesa pubblica derivanti dai piani di austerità concordati a livello europeo, continuino a proporre, talvolta in maniera demagogica, una soppressione/revisione delle Province, l’approccio auspicabile dovrebbe opportunamente abbandonare le argomentazioni legate alla necessità di dare rappresentanza e dignità politico-amministrativa ai territori in favore di una diversa consapevolezza rispetto al dato socio-demografico, prima che, ovviamente, economico. Ciò comporterebbe – finalmente e una volta per tutta – il disvelamento ed al tempo stesso il disincantamento di una retorica politica che ha mitizzato le Province ma che, al tempo stesso, le ha confinate in una periferia legislativa e ordinamentale, che è servita spesso da freno per la realizzazione del processo di decentramento. La periferizzazione delle Province ha dunque contribuito a trattenere i progetti di sviluppo delle autonomie locali nell’alveo delle ipotesi e non, viceversa, delle possibilità. Ne è testimonianza il lungo ma poco proficuo dibattito sulla istituzione delle Città metropolitane che, dando finalmente attuazione alla previsione dell’art. 114 della Costituzione, potrebbero fondere la capacità e le competenze dei Comuni capoluogo con quelle delle Province, attestandosi come enti di area vasta per il governo integrato dei territori. Ciò concretizzerebbe una nuova prospettiva fondata sul presupposto di considerare insieme, e non più separatamente, le istituzioni, la dimensione territoriale, l'organizzazione, le funzioni, le risorse finanziarie. Evidentemente, tale prospettiva imporrebbe al legislatore di affrontare – finalmente - il tema delle circoscrizioni territoriali in modo da adeguare – una volta per tutte - la “geografia amministrativa” all’evoluzione della “geografia fisica”.

 

Note

 

[1] In epoca feudale i singoli feudi (ducati, contee, marchesati) non sono sottoposti ad una diretta autorità statale, ma si propongono essi stessi come signorie con una forte autonomia rispetto al potere di livello superiore (Impero o Chiesa).

[2] Le Regioni vengono istitutite solo a partire dal 1970 anche se in precedenza erano già state riconosciute le 5 Regioni a statuto speciale, Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta .

[3] Si tratta dei 75 membri dell’Assemblea Costituente eletti nel 1946 a suffragio universale per scrivere la Costituzione della Repubblica Italiana, approvata dal Parlamento nel 1948.

[4] Pur oggetto di riflessione e di attenta analisi giuridica, le Province dopo la istituzione delle Regioni vedono rafforzato il proprio profilo istituzionale in modo da ossequiare quanto disposto nell’articiolo 128 della Costituzione per cui Province e Comuni vengono definitini “enti autonomi nell’ambito dei principi fissati da leggi generali della Repubblica”.

[5] L’ultimo in Sardegna nel maggio 2012. Chiamati comunemente "anticasta", i referendum regionali, 5 abrogativi e vincolanti e 5 consultivi, sono stati proposti dal Movimento Referendario Sardo, con un particolare appoggio da parte dei Riformatori Sardi, in generale per:

- abrogare le quattro nuove province sarde (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio);

- abrogare la legge sui compensi ai consiglieri regionali;

- abolire le quattro storiche province (Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano);

- convocare un'assemblea costituente che riscriva lo statuto, per l'elezione diretta del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna;

- abolire i consigli d'amministrazione degli enti e delle agenzie regionali e per la riduzione del numero dei consiglieri regionali (cinque quesiti consultivi).

Affinché il referendum fosse valido era necessario che fosse raggiunto il quorum del 33,3% degli aventi diritto al voto (un terzo), così come richiesto dalla L.R. n.20 del 1957 . Alla chiusura delle urne la percentuale dei votanti è risultata essere 35,50% e dunque il quorum è stato ampiamente raggiunto. Lo spoglio delle schede ha visto vincere il "Sì" in tutti e dieci i quesiti.

[6] Per completezza d’informazione va precisato che questa legge recepisce la legge comunale e comunale n° 3702 del 23 ottobre 1859.

[7] Poiché è titolare del controllo sugli enti locali, e particolarmente sulle Province più che sui Comuni, può adottare provvedimenti urgenti. Infine, quale tutore dell’ordine pubblico, ad egli spetta sovrintendere sulla pubblica sicurezza e, in caso di necessità, operare con l’ausilio delle Forze Armate. L’ufficio del Prefetto come organo di governo raggiunge il culmine durante il ventennio fascista. Il regime di Mussolini affida ai prefetti il coordinamento dell’azione pubblica locale ed anche competenze specifiche in materia di sanità e igiene pubblica (competenze successivamente trasferite al Ministero della Sanità).

[8] In particolare, i decreti-legge 201/2011 e 95/2012 hanno riformato il sistema elettorale, introducendo l'elezione indiretta dei consigli provinciali, la riduzione del numero delle province e l’istituzione delle città metropolitane.

[9] Con quest’espressione si intende non solo il potere di imporre tributi per procurarsi entrate ma, altresì, disporre della facoltà di procurarsi entrate tramite mutui o iniziative di gestione produttiva patrimoniale

[10] Si tratta del decreto 95/2012 che propone un procedimento di soppressione e accorpamento da condividere con le comunità locali (Secondo quanto disposto dagli articoli 17 e 18 le Province non dovranno avere una popolazione inferiore a 350 mila abitanti e una dimensione territoriale inferiore a 2.500 Kmq). Inoltre, accanto ad una ridefinizione delle funzioni delle Province, e alla istituzione delle città metropolitane nel 2014, propone anche la soppressione della Giunta Provinciale. Il DL 201/2011 ha invece l’obiettivo esplicito della crescita, dell’equità e del consolidamento dei conti pubblici mediante la riduzione del numero dei consiglieri provinciali e la loro elezione da parte dei consigli comunali.

[11] A tal fine propongono la modifica di alcuni articoli della Costituzione e recano disposizioni riguardanti la destinazione delle risorse finanziarie che si renderebbero disponibili a seguito della soppressione delle Province. In tal senso, la proposta 2264 propone il finanziamento di iniziative per promuovere l’occupazione giovanile.

[12] A mero titolo informativo, si tratta dei seguenti Atti della Camera dei Deputati: A.C. 1242, A.C. 4439, A.C. 4493, A.C. 4499, A.C. 4506, A.C. 4887, nonché A.C. 4682 di iniziativa popolare.

[13] Secondo i risultati di questo studio l'abolizione delle Province o il loro svuotamento con il trasferimento delle funzioni di area vasta ai Comuni e alle Regioni non avrebbe l'effetto di ridurre la spesa pubblica, ma, paradossalmente, comporterebbe dei costi superiori a quelli esistenti. In realtà, un effettivo impatto di riduzione della spesa pubblica e di migliore utilizzo delle risorse esistenti potrebbe derivare da un processo di razionalizzazione delle dimensioni delle circoscrizioni provinciali attraverso l'accorpamento delle Province più piccole. In particolare, le conclusioni dello studio mettono chiaramento in evidenza che la spesa media per abitante è inversamente legata alla dimensione demografica delle Province, con un calo prima accelerato e poi via via meno accentuato e più lineare. L’autonomia finanziaria delle Province cresce, dunque, con la dimensione demografica: questa dimensione potrebbe essere assunta come riferimento per un’aggregazione degli attuali confini provinciali.

 

Riferimenti bibliografici

 

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